Conferenza al Gruppo “Il Guado” – Cristiani Omosessuali (Milano 20-10-2012)

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La domanda a cui vorrei tentare di dare risposta in questo mio intervento  è se esistono delle ragioni scritturali per le quali l’Unitarianesimo Universalista si caratterizza come una Denominazione tollerante verso qualsiasi forma di pensiero o scelta di vita.

La risposta più ovvia sembra risiedere nel capitolo 22 di Matteo, laddove troviamo “34 I farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si radunarono; 35 e uno di loro, dottore della legge, gli domandò, per metterlo alla prova: 36 «Maestro, qual è, nella legge, il gran comandamento?» 37 Gesù gli disse: «”Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. 38 Questo è il grande e il primo comandamento. 39 Il secondo, simile a questo, è: “Ama il tuo prossimo come te stesso”. 40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge e i profeti». Sembra ovvio che da questo versetto, dal quale Gesù sembra dire che l’intero cammino verso il Regno dipenda, emerga chiaramente che l’amore del singolo debba essere rivolto verso qualunque essere umano, senza specificazione: non troviamo “Ama il tuo prossimo se la pensa come te” o “Ama il tuo prossimo se adotta il tuo stesso stile di vita” e il comando è, al tempo stesso generico e generale, esteso a chiunque.

Il ragionamento è, senza dubbio, giusto e, effettivamente, insieme ad altri passi (si pensi a GV. 12:47 in cui il Maestro afferma “…io non sono venuto a giudicare il mondo, ma a salvare il mondo”) fonda gran parte della nostra determinazione all’assoluta tolleranza in qualunque ambito, compreso quello dogmatico.

Bisogna, però, fare attenzione. Se tale determinazione derivasse unicamente dal rinvenimento di un comando di Cristo all’interno della Bibbia, chiunque potrebbe obiettare che, con la stessa ottica, si dovrebbe pensare che:

  • sulla base di Genesi 9, in cui troviamo “Cam, padre di Canaan, vide la nudità di suo padre e andò a dirlo, fuori, ai suoi fratelli. 23 Ma Sem e Iafet presero il suo mantello, se lo misero insieme sulle spalle e, camminando all’indietro, coprirono la nudità del loro padre. Siccome avevano il viso rivolto dalla parte opposta, non videro la nudità del loro padre. 24 Quando Noè si svegliò dalla sua ebbrezza, seppe quello che gli aveva fatto il figlio minore e disse: 25 «Maledetto Canaan! Sia servo dei servi dei suoi fratelli!», i Camiti (normalmente interpretati come le persone di colore) e i Canaaniti (cioè alcune popolazioni mediorientali che da essi discendono) dovrebbero essere servi degli altri uomini;
  • sulla base delle norme di purità di Levitico 20, in cui si legge “Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte: il loro sangue ricadrà su di loro”, l’omosessualità dovrebbe essere punita con la pena capitale;
  • sulla base delle indicazioni paoline di 1 Corinzi (e i passi citabile sarebbero vari) ogni movimento femminista sarebbe contrario alla volontà di Dio …

Gli esempi potrebbero essere ancora molti: la Bibbia contiene ogni genere di norma e comandamento e c’è spazio per tutti …

La questione di fondo, allora, non è trovare questo o quel comando, questa o quella frase. Il problema risiede nel metodo di lettura complessivo delle Scritture e, nello specifico, in quello che viene definito “letteralismo”.

Cos’è, di per sé, il letteralismo? Semplicemente leggere i Testi Sacri  come “parola letterale di Dio” e, conseguentemente, “applicarli alla lettera” in ogni contesto. Sappiamo che questo accade in molte Denominazioni che si definiscono “fondamentaliste” o “conservatrici”.

Ebbene, cosa c’è di sbagliato in questo metodo di approccio alla Bibbia? Di fatto, tutto!

Senza addentrarci troppo in questioni teologiche e filologiche, basti dire che, anche solo dal punto di vista della trasmissione storica dei testi, noi abbiamo sì e no una vaga idea di quello che doveva essere il loro contenuto originario: traduzioni e copiature hanno, nei secoli, modificato in modo così radicale la tradizione testuale che, ad un conto conservativo, allo stato dell’arte conosciamo più di 200.000 varianti testuali, di cui 35.000 sostanziali e almeno 200 fondamentali, cioè capaci di alterare radicalmente il senso di quanto scritto.

Se a ciò assommiamo il fatto che gli stessi racconti ci vengono tramandati in forma a volte diversa nei diversi Vangeli, che esistono numerose citazioni incorrette in quanto riferito come parola di Gesù, che se allarghiamo il campo al confronto con gli apocrifi le varianti sostanziali di significato crescono esponenzialmente, che di solito leggiamo traduzioni di traduzioni e che della maggior parte dei libri, arbitrariamente attribuiti, non abbiamo alcuna conoscenza della stessa autorialità, risulta piuttosto evidente che o Dio è un grande enigmista un po’ schizofrenico che pone alla prova le nostre capacità di risolvere rebus sbagliati o, come logicamente risulta più corretto affermare, molto semplicemente le Scritture non sono “Verbum Dei”.

Significa allora che le Scritture non hanno nessuna autorità? Sì e no

In realtà, all’interno della “traditio recepta”, esiste un certo grado di concordanza su numerosi punti fondamentali e, soprattutto, le Scritture sono, in realtà, la nostra pressoché unica fonte primaria per conoscere gli insegnamenti di Dio al popolo d’Israele e la predicazione di Gesù.

Il problema sta, come dicevo, non nel mettere in dubbio tutto quanto scritto nei Testi Sacri, ritenendoli, come fanno alcuni, con un approccio non meno acritico di quello dei letteralisti, una “bella favoletta” morale, quanto rendersi pienamente conto che essi rappresentano primariamente un resoconto umano, più o meno ispirato, di eventi umani accaduti nella relazione tra un popolo e il suo Dio. Come tali, essi presentano un’ottica parziale e cangiante a seconda dell’autore, sono storicamente localizzati all’interno di un periodo storico e di una temperie culturale che riflettono, risultano spesso determinati politicamente, devono essere letti alla luce, prima ancora che dell’ispirazione dello Spirito, di una loro conoscenza scientificamente e storicamente inquadrata e di una capacità critica del singolo che vive nell’oggi, cioè almeno a quasi duemila anni dalla stesura dell’ultimo testo del corpus biblico.

E’ proprio questo tipo di lettura, tipica di buona parte del Cristianesimo liberale, quella che noi definiamo conoscenza biblica al vaglio della luce della ragione, non trovando in tale processo di vaglio alcuna contraddizione con la sacralità dei Testi in questione nel momento stesso in cui la ragione, il Logos, è dono primario di Dio all’uomo, strumento principe di conoscenza del reale e, conseguentemente, strumento di rinvenimento del singolo del cammino che lo deve portare, anche utilizzando il nutrimento che deriva dalla lettura testamentaria, all’affinamento del proprio percorso spirituale in vista della costruzione del Regno.

Una lettura contestualizzata, vagliata dal principio di ragione non è, dunque, irrispettosa del testo di partenza, anzi, al contrario, tende a riportare a galla il senso ultimo di tale testo, a far emergere il permanete ripulendolo dal contingente.

Ma parlavamo di tolleranza, libertà di coscienza, fratellanza verso ogni essere umano.

Proviamo, allora, alla luce del metodo di lettura individuato, a reinterpretare (perché ogni lettura, di qualsiasi tipo, sempre interpretazione è) alcuni passi biblici sul tema specifico dell’omosessualità (ma potremmo fare lo stesso con molti altri temi).

Abbiamo già citato una delle norme base del Levitico su cui la non accettazione dell’omosessualità da parte di numerose Denominazioni si fonda ma, nello stesso libro, al capitolo 18, troviamo una frase ancora più netta: “Non ti coricherai con un uomo come si fa con una donna: è cosa abominevole”. Lasciando anche da parte il fatto che, in pratica, questa sia la sola norma del codice di purità passata dall’Ebraismo al Cristianesimo, partiamo dal significato di abominio. Cosa significa che una cosa è abominevole? Né che è contro natura né che è orrenda: semplicemente, da “ab omen” che “non è una cosa augurabile”. Perché non è cosa augurabile? Se non rispondiamo a questo interrogativo dobbiamo pensare che le Sacre Scritture contengano proibizioni senza senso. Ebbene, in realtà, con un minimo di contestualizzazione riusciamo facilmente a comprendere il senso di questo “ab-ominio”: esso nasce dal comandamento primario ebraico di Genesi 1:28 (ripetuto in 9:7) “E DIO li benedisse; e DIO disse loro: «Siate fruttiferi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, e dominate sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo e sopra ogni essere vivente che si muove sulla terra».”, che è facilmente spiegabile storicamente nel contesto di un piccolo popolo sparso in tribù e appena unificato in federazione che, giunto da poco in Canaan, deve affrontare popoli molto più numerosi e ha bisogno di guerrieri, ma che, qualche secolo dopo, vede un ribaltamento di prospettiva tale da portare Paolo a proclamare la castità come virtù e a propagandare l’idea (per altro assolutamente assurda per un Rabbi ebraico in virtù proprio del comandamento di Genesi) di un Messia divino assolutamente celibe e nato da vergine.

Certamente, comunque, l’episodio “anti-omosessualità” più noto della Bibbia è quello di Genesi 19 relativo a Sodoma: nella visione classica, letteralista e, come detto, piuttosto astorica, in sostanza Dio si adira per i peccati sessuali dei Sodomiti e li distrugge sotto una pioggia di zolfo e fuoco.

Ebbene, per quanto riguarda questo passaggio sono possibili almeno due generi di considerazioni.

  1. A) in primo luogo, confrontando il capitolo 19 di Genesi con il brano evangelico sul “Grande Comandamento” che si è citato poc’anzi, ci i presenta, a rigor di logica, una ipotesi tripartita: o dobbiamo pensare come Marcione, noto eretico, che il Dio dell’Antico Testamento sia diverso da quello del Nuovo Testamento, o dobbiamo pensare che Gesù non sia in linea con il pensiero divino, cosa piuttosto complessa per chi si definisca cristiano, oppure, molto più semplicemente e, secondo il rasoio di Occam, più pertinentemente, dobbiamo ritenere che il resoconto della fine di Sodoma sia semplicemente narrato dall’ottica di chi ha conosciuto direttamente (o, più probabilmente, indirettamente) una catastrofe occorsa ad una ricca città e prospera, distrutta da qualche cataclisma naturale e abbia letto l’intera vicenda secondo le sue conoscenze del tempo e secondo un pregiudizio proprio di una cultura in cui abbiamo visto che l’omosessualità, per ragioni sociali, pur essendo dato piuttosto comune e non visto in accezione negativa presso altre culture (e qui potremmo spaziare dall’ottica babilonese della prostituzione sacra, citata anche in 1Re 15 e ivi condannata nel quadro ben più generale di una condanna di qualsiasi forma di prostituzione, alla “paideia” greca) era considerata “non consigliabile” e che, per di più, come ci viene spiegato in Genesi 14:2, vedeva nei Sodomiti dei nemici del popolo ebraico.
  2. B) in secondo luogo, ci dobbiamo chiedere perché, in un quadro in cui i Sodomiti peccano per mancanza di ospitalità (verso gli angeli), delitto gravissimo nelle culture mediorientali nomadiche e post-nomadiche, superbia, lussuria e, soprattutto violenza e stupro (che, per altro, pare permesso verso le donne, nel momento in cui Lot offre, poco verisimilmente, le sue due figlie vergini per salvare i due ospiti!) sia proprio l’omosessualità il peccato per cui i Sodomiti sono puniti. La cosa risulta particolarmente strana soprattutto se consideriamo che non la pensavano così né Ezechiele (16:49-50), che vede il peccato di Sodoma nell’egoismo del suo popolo (“Ecco, questa fu l’iniquità di Sodoma, tua sorella: lei e le sue figlie vivevano nell’orgoglio, nell’abbondanza del pane, e nell’ozio indolente; ma non sostenevano la mano dell’afflitto e del povero. 50 Erano superbe e commettevano abominazioni in mia presenza; perciò le feci sparire, quando vidi ciò“) né, secondo Matteo (10:14), Gesù stesso che vedeva il peccato dei Sodomiti nella mancanza di ospitalità (“Se qualcuno non vi riceve né ascolta le vostre parole, uscendo da quella casa o da quella città, scotete la polvere dai vostri piedi. 15 In verità vi dico che il paese di Sodoma e di Gomorra, nel giorno del giudizio, sarà trattato con meno rigore di quella città.“): evidentemente qualche Padre della Chiesa o voleva essere “più realista del re” o forse aveva qualche fonte di rivelazione privilegiata della volontà di Dio che doveva essere sfuggita a Ezechiele e Gesù…

E, in realtà, Gesù, non pare proprio che avesse particolari pregiudizi verso l’omosessualità se, negli unici punti a noi giunti della sua vita pubblica che trattino, per altro molto velatamente, il tema, mostra di non fare alcuna differenza nel amare e guarire eterosessuali  o omosessuali.

Così, in Matteo 8:5-7, troviamo “Quando Gesù fu entrato in Capernaum, un centurione venne da lui, pregandolo e dicendo: 6 «Signore, il mio servo giace in casa paralitico e soffre moltissimo». 7 Gesù gli disse: «Io verrò e lo guarirò».”, ma questa è la traduzione “riveduta” dalla Vulgata di Gerolamo, perché nella “Settanta” non si parla esattamente di “servo” ma di “pais”, cioè di ragazzo con cui si ha un rapporto affettivo (e spesso anche sessuale) particolare, insomma, con lo stesso termine da cui nasce la paideia greca, assai diffusa anche nel mondo romano ellenizzato.

E poi, in Matteo 19:12 leggiamo: “Poiché vi sono degli eunuchi che sono tali dalla nascita; vi sono degli eunuchi, i quali sono stati fatti tali dagli uomini, e vi sono degli eunuchi, i quali si sono fatti eunuchi da sé a motivo del regno dei cieli. Chi può capire, capisca», ma ancora una volta la traduzione è fuorviante: “eunuchi” è una traduzione dalla Settanta del termine “ευνην εχειν”, che sta a significare, già secondo Filone Alessandrino, non solo coloro che si dedicano al celibato ma coloro che si astengono dalla sessualità considerata “regolare”, cioè “eterosessuale” (oltre che gli eunuchi veri e propri, come quello di Atti 8, che è, contestualizzando, un funzionario eunuco di corte): ebbene non pare proprio che Gesù dia alcun giudizio, ma che semplicemente  dia l’esistenza di pulsioni sia eterosessuali che omosessuali come un dato di fatto.

Il che, comunque, non è, al di là delle varie connotazioni sociali di cui si è detto, un elemento così estraneo alla cultura ebraica, teoricamente secondo alcuni così strettamente omofobica: in fondo tutti comprendono che non è così difficile interpretare 2 Samuele 1:26 “Io sono in angoscia a motivo di te, Gionatan, fratello mio; tu mi eri molto caro, e l’amore tuo per me era più meraviglioso dell’amore delle donne” come un piuttosto chiara statuizione di un rapporto affettivo omosessuale tra Gionata  e David, il primo “unto del Signore” (1 Sam. 13:14), così come non è difficile interpretare come un trasporto  affettivo lesbico quello di Rut e Orpa in Rut 1:14 (“Allora esse piansero ad alta voce di nuovo; e Orpa baciò la suocera, ma Rut non si staccò da lei“). Il che, a conti fatti, non appare così strano in una cultura che, in fondo, derivava da quella mesopotamica in cui il rapporto affettivo chiaramente omosessuale tra Gilgamesh e Enkidu era stato cantato addirittura nella fondativa “Epopea di Gilgamesh” …

Certo, poi in Paolo troviamo espressioni di condanna dell’omosessualità, ma anche in questo caso dobbiamo procedere a due livelli di contestualizzazione.

In primo luogo, come ormai rilevato da numerosissime scuole esegetiche, esiste una palese sessuofobia che emerge in qualsiasi scritto paolino e che non è specificamente rivolta verso l’omosessualità ma anche verso l’eterosessualità.

In secondo luogo, prendiamo ad esempio il passo di 1 Timoteo 1:10 in cui troviamo “Sappiamo anche che la legge è fatta non per il giusto ma per gl’iniqui e i ribelli, per gli empi e i peccatori, per i sacrileghi e gl’irreligiosi, per coloro che uccidono padre e madre, per gli omicidi, per i fornicatori, per i sodomiti, per i mercanti di schiavi, per i bugiardi, per gli spergiuri e per ogni altra cosa contraria alla sana dottrina“: già sappiamo che la legge di purità levitica è contraria all’omosessualità e, certamente, il fariseo Saulo non sarebbe mai arrivato a negare ciò, ma qui troviamo la “sodomia” associata a numerose forme di comportamenti violenti verso sé stessi e gli altri. Non possiamo, conseguentemente, pensare che la preoccupazione di Paolo sia soprattutto verso quelle forme di disordine sessuale che diventano, appunto, negazione dell’amore? In definitiva, quell’associazione con i fornicatori può voler dire qualcosa: non un comando verso un sentimento di amore, sia eterosessuale che omosessuale, che si esplichi come è logico che sia, ma contro l’uso improprio della sessualità, di qualunque natura essa sia.

Ecco, allora, che, attraverso questi pochi esempi specifici, ci rendiamo conto di come una lettura anche solo minimamente approfondita delle Sacre Scritture sia ben più complessa di quanto sembri ai letteralisti.

Molte Denominazioni se ne sono rese conto in numerosi ambiti: nessun sacerdote o pastore del mondo, fatti salvi evidenti problemi legati ad ottiche personali, credo che si rifiuterebbe di sposare una coppia mista formata da un bianco e una donna di colore o viceversa;  gran parte delle Denominazioni protestanti si sono rese conto dell’assurdità di vietare il sacerdozio femminile … Noi, semplicemente, abbiamo esteso lo stesso tipo di interpretazione ragionata ad ambiti dai quali era, non si sa bene per quale ragione, rimasta esclusa.

Per questo io, come ogni altro pastore unitariano universalista del mondo, se mi chiedessero di celebrare un matrimonio omosessuale, risponderei: “No! Non celebrerò un matrimonio omosessuale. Ma sarò felice di celebrare un matrimonio tra due persone che si amano, indipendentemente da quale sia la loro condizione razziale, civile, o il loro orientamento sessuale”.

Questo credo che voglia il Dio d’amore verso ogni uomo che ho deciso di servire.

Adonai echad.

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