ADESSO!

Non chiedere, o Leuconoe, (non è lecito saperlo) qual fine

abbiano a te e a me assegnato gli dèi,

e non tentare calcoli babilonesi. Quant’è meglio accettare

quel che sarà! Ti abbia assegnato Giove molti inverni,


oppure ultimo quello che ora affatica il mare Tirreno


contro gli scogli, sii saggio, filtra vini, tronca


lunghe speranze per la vita breve. Parliamo, e intanto fugge l’astioso


tempo. Afferra l’attimo, credi al domani quanto meno puoi.

(Orazio, Carmina, I, 11)

La vita è adesso

Nel vecchio albergo della terra

E ognuno in una stanza

E in una storia

Di mattini più leggeri

E cieli smarginati di speranza

E di silenzi da ascoltare

E ti sorprenderai a cantare

Ma non sai perché

La vita è adesso

Nei pomeriggi appena freschi

Che ti viene sonno

E le campane girano le nuvole

E piove sui capelli

E sopra i tavolini dei caffè all’aperto

E ti domandi certo

Chi sei tu

Sei tu che spingi avanti il cuore

Ed il lavoro duro

Di essere uomo e non sapere

Cosa sarà il futuro

(C. Baglioni, La vita è adesso)

Perciò io vi dico: Non siate con ansietà solleciti per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di che vi vestirete. La vita non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Osservate gli uccelli del cielo: essi non seminano, non mietono e non raccolgono in granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete voi molto più di loro? E chi di voi, con la sua sollecitudine, può aggiungere alla sua statura un sol cubito? Perché siete in ansietà intorno al vestire? Considerate come crescono i gigli della campagna: essi non faticano e non filano; eppure io vi dico, che Salomone stesso, con tutta la sua gloria, non fu vestito come uno di loro. Ora se Dio riveste in questa maniera l’erba dei campi, che oggi è e domani è gettata nel forno, quanto più vestirà voi, o uomini di poca fede? Non siate dunque in ansietà, dicendo: “Che mangeremo, o che berremo, o di che ci vestiremo?”. Poiché sono i gentili quelli che cercano tutte queste cose; il Padre vostro celeste, infatti, sa che avete bisogno di tutte queste cose.

(Vangelo di Matteo, 6:25-34)

Cari fratelli,

a volte, anzi, piuttosto spesso, negli ambiti ecclesiastici di pressoché tutte le denominazioni e tutte le religioni, si sentono lamentele riguardo alla “laicizzazione” della vita, dell’etica e della morale, al materialismo che sta sgretolando ogni fondamento spirituale dell’esistenza e ci sta, globalmente e soprattutto in occidente, indirizzando verso un edonismo senza regole e misure, verso una mercificazione dell’esistente e verso una pura valenza economica della vita.

OK. Probabilmente è tutto vero e non vi nascondo che, più di una volta, mi capita di riflettere malinconicamente sul fatto che “vivere come se Dio non fosse”, giusto o sbagliato che sia, dipendentemente dal fatto di ritenere Dio come entità, simbolo o feticcio, in ogni caso non sta indirizzandoci verso una elevazione della nostra dignità umana come elemento a cui rendere culto ma sta impoverendoci fino a tramutarci in rotelline di un meccanismo di compravendita di surrogati di felicità e sogni prefabbricati, pagati a suon di vite contabilizzate dedicate all’accumulo e di rabbie e odi etero-diretti.

C’è, però, una cosa che sento troppo poco chiedersi all’interno di quegli stessi circoli ecclesiastici così propensi ad accusare tutto e tutti, dai mass media all’economia, dalla scuola alle famiglie, dalla società alla rete, per la perdita di presa della spiritualità sugli esseri umani: quello che sento troppo poco chiedersi è “e se qualche colpa ce l’avessimo anche noi?”

Ovviamente, questo è esattamente quello che nessuno si può chiedere in una chiesa perché, per definizione, praticamente qualunque chiesa si pone come “via verso Dio” e nessuna “via verso Dio” può essere erronea nel suo cammino.

Se, allora, a qualcosa può servire essere un ministro dubbioso di una spiritualità eretica rispetto a qualunque forma canonica di religiosità, forse quel qualcosa è avere la possibilità di rispondere un po’ più liberamente ad una domanda tanto scomoda.

E, in tutta sincerità, la mia risposta è: “sì, abbiamo tutti delle colpe!”, per una serie di ragioni!

La prima di queste ragioni è che troppo spesso le religioni danno una visione tristissima di Dio e della fede.

Se, nel mio grande disamore per il finto e auto-nominato apostolo Saulo, dovessi dire quale tra le sue decine di affermazioni in contraddizione con il messaggio di Yeshua, assurdamente misogene e stupidamente masochistiche, risulta prima nella mia personale “top ten” delle cose da brivido da lui suppostamente scritte o dette (così come ci vengono riferite), credo che sceglierei quel versetto 22 di Atti 14 in cui afferma che: “attraverso molte afflizioni dobbiamo entrare nel regno di Dio”. Magari, nel contesto delle persecuzioni proto-cristiane, una constatazione di questo genere ci poteva anche stare ma … il fatto è che la Chiesa successiva sembra aver fatto di questa frase, così come di molte altre discutibili uscite paoline, una specie di motto morale su cui improntare la propria vita. E, allora, giù di contrizioni, digiuni, autoflagellazioni, castrazioni mentali, rivisitazioni spirituali e fisiche di una passione che, ricordiamolo una volta per tutte, non è che lo stesso Yeshua proprio gradisse, tanto da pregare Dio di “allontanare da lui” quel “calice amaro”, di focus puntato sul “prendere la propria croce” (che, tra parentesi, pare proprio sia uno dei tanti elementi spuri dei Vangeli), di “mea culpa” per qualsiasi istinto umano. E parlo di religione cristiana solo perché è quella che conosco meglio ma, francamente, non mi pare che altrove le cose vadano un granché meglio tra fughe dal dolore buddiste, attese soteriologico-messianiche ebraiche e similari …

E, parlando di Ebraismo, un altro elemento che non può che creare lontananza tra società e religioni è il continuo, pedissequo legalismo che caratterizza gran parte delle vie religiose. Ora, siamo tutti d’accordo che, giustamente, una via spirituale di ascesa debba anche segnalare un percorso da seguire segnando alcune pietre miliari ma tra il tratteggio di una possibile via e la stesura di un binario fisso e immutabile, ne corre eccome … E, dunque, ecco i Levitici e le Sha’arie, ecco la religione (che, ricordiamolo, dovrebbe essere l’esposizione di una via spirituale verso la percezione dell’Assoluto) che si arroga il diritto di spiegarci chi e come amare, cosa e quando mangiare o non mangiare, come e quando pregare, etc. e arriva addirittura, è caso recentissimo, a contraddirsi e ad accendere faide interne se una sua parte resiste a pur minimi tentativi di umana modernizzazione da parte di un Pontefice su questioni così ridicole come la possibilità di accedere ai sacramenti da parte di chi desidera ricostruirsi una vita normale anche dal punto di vista liturgico dopo una esperienza così devastante come la fine di un matrimonio, in nome di una “Tradizione della fede” che, di fatto, è solo sedimentazione di pensiero umano nel corso dei secoli.

Ma quale pensiero umano? Rispondendo a questa domanda andiamo a toccare un altro grande fossato che si apre tra sentire comune e visione religiosa standard perché quando parliamo di pensiero umano come costitutivo della “Tradizione” non parliamo praticamente mai di un pensiero collettivo, di un sentire democraticamente condiviso da tutti i fedeli (teoricamente tutti uguali davanti a Dio e tutti figli dello stesso Padre o derivanti dalla stessa Istanza) ma, piuttosto, del pensiero di una gerarchia auto-nominata o cooptata come “tramite divino” sulla base proprio della conoscenza pedissequa di quella stessa Tradizione che viene chiamata a custodire. E, diciamocelo francamente, tutto questo suona troppo come semplice e comoda riproposizione di uno status quo per non suscitare più che qualche dubbio sulla liceità e sulla sensatezza dell’intera costruzione. Troppi legami con i poteri politici, troppa ostentazione di un potere e di una ricchezza che avrebbero dovuto far posto alla massima umiltà e al servizio per tutti, troppa autoreferenzialità in dispute teologiche tra tradizioni che pretendono di far luce su qualcosa che, comunque possiamo intendere il Divino, sarà sempre mille anni luce lontano da ogni nostra possibilità di comprensione, troppa complessità inutile, creata come cavillosità burocratico-intellettuale fine a se stessa e puro esercizio di onanismo mentale, non possono che creare distanza, oscurità, mancanza d’interesse, se non addirittura disgusto in chi volesse anche solo tentare di approcciarsi ad una vita spirituale che non fosse povera routine ereditata culturalmente come lascito famigliare.

Ma non basta! Ne abbiamo già, in parte, parlato nello scorso sermone ma vale la pena di sottolineare ancora una volta come troppe volte le religioni tendano a proiettarci fuori dalla nostra stessa vita, tendano, con un gusto e una comprensione in stile altomedievale, a svilire la vita umana presente in nome di un’altra vita potenziale, di cui nulla sappiamo e troppo presumiamo, di un premio incerto che è, probabilmente, l’unica leva possibile per indurci a quella “sofferenza salvifica” che, come abbiamo visto, viene così pubblicizzata come elemento di “salvezza”.

Ma salvezza da cosa? Salvezza da un inferno variamente dipinto, così pieno di dolore che fa impressione e rabbia pensare che possa essere stato creato da quell’Entità o da quell’Istanza che definiamo “Divino”?

Ma, insomma, mi chiedo come sia possibile pensare che qualcuno possa anche solo avvicinarsi ad una costruzione spirituale che sia imposizione di pochi eletti, normalmente vissuti nel lusso di palazzi sontuosi (e poco importa che essi siano a Roma, a Dharamsala, a Gerusalemme, alla Mecca o in qualsiasi altra parte del mondo) e di corti di serventi ossequiosi, che con astruse elucubrazioni su Qualcosa o Qualcuno di cui non possono sapere nulla più di noi, cercano di convincerci che dobbiamo soffrire, martoriarci (psicologicamente o, persino, fisicamente) e negare la nostra umanità, per loro così schifosamente peccaminosa da essere disgustosa, per ottenere chissà quale premio futuro sconosciuto ed evitare la terribile punizione architettata da un Dio evidentemente patologicamente sadico!

Seriamente, se avessi mai anche solo lontanamente avuto questa simpatica immagine del Divino, così ampiamente propagandata in ambito ecclesiastico, altro che consacrazione: probabilmente sarei stato un grande sostenitore dell’ateismo di stato sul modello vetero-comunista albanese!

Con un riferimento che, probabilmente, farebbe storcere il naso a tanti intellettuali professionisti della teologia, abituati a spaccare il capello in 4 su affermazioni di Bultmann o di Pannenberg, lasciatemi dire che “la vita è adesso”!

E se la vita, secondo alcuni la sola vita che abbiamo, è adesso, allora è adesso che dobbiamo viverla a pieno, viverla in ogni sua sfaccettatura e, soprattutto, viverla come un dono, cogliendone la bellezza, la forza, la potente imprevedibilità, la impetuosità nei suoi momenti contrastanti, nelle risacche dei momenti difficili e nei cavalloni delle gioie improvvise su cui scivola il surf della nostra esistenza.

Ma per vivere la vita a pieno, in ogni suo attimo, per viverla davvero come un dono, come quella scatola di cioccolatini di Forrest Gump in cui non sai mai cosa puoi trovare dentro, allora un pre-requisito mi sembra assolutamente essenziale: amare noi stessi!

Sinceramente, non ho mai conosciuto nessuno che odiasse se stesso, che si struggesse in feroci meditazioni, in strazianti quanto false imitazioni di Cristo e riproposizioni della sua passione, in auto-flagellazioni assetate di martirio, che poi amasse la vita, che ne gustasse davvero l’enorme grandezza, la dolcezza condita da punte di amaro, la speranza quotidiana. E, fratelli, mi chiedo come possa, chi non ama se stesso e la propria vita al punto da rinchiudersi in una carcerazione volontaria, da escludersi dal mondo e da autoinfliggersi torture assurde e masochiste, dire di amare chi o cosa ci ha donato questa vita e, più o meno conseguentemente, tutti coloro che compartecipano di essa, quelli che, di solito, chiamiamo “il nostro prossimo”.

Allo stesso modo, per quanto possa vedere nella speranza inestinguibile una caratteristica positiva, addirittura un atto di fede, mi sembra che vivere con una ottica presbite che guarda solo ad obiettivi futuri, per quanto buoni essi possano essere o apparire, significhi, in fin dei conti, perdersi l’oggi e con esso il senso del proprio esistere e che questo sia tanto più vero se tali obiettivi sono, per di più, incerti, evanescenti, addirittura legati ad una “vera vita dopo la vita” di cui nessuno può dire alcunché!

“Adesso” è la nostra vita, “adesso” dobbiamo viverla, “adesso” dobbiamo esercitare quell’amore verso noi stessi, verso chiunque e, qualora ne riconosciamo l’esistenza, verso l’Origine creatrice comune di tutto e di tutti, quell’amore che nasce dall’assunzione di un’ottica di accettazione della realtà, di focalizzazione sulla bellezza che circonda ciascuno di noi, sulle gioie piccole e grandi che ciascuno di noi vive come vera fonte di energia per combattere ciò che possiamo, onestamente e anche umilmente, ritenere di poter combattere per migliorare l’esistenza nostra e di tutti.

Ecco, fratelli, personalmente io vedo in questa bellezza presente nelle nostre vite nonostante tutto, in questa gioia che potenzialmente tutti, anche per cose piccole, banali, possiamo provare e, insieme ad esse, nello stupore quotidiano di questa esistenza che ci sorprende, la vera Grazia del Divino nelle nostre vite e, conseguentemente, non posso che pensare che la vera fede non possa che consistere nella capacità di riconoscere questa presenza in un “carpe diem” che sia atto voluto, cercato, nato dalla volontà di leggere i nostri giorni in chiave di ricerca del bello, del vero, del sorprendentemente piacevole e non del tormento e della tensione continua.

Lasciatemi dire che solo se riusciremo, ciascuno di noi, a scoprire la bellezza e la sorpresa quotidiana della vita senza lasciarci catturare da strane spirali depressive, da fosche visioni teleologiche o da ristrette visioni legalistiche giudicanti, allora ciascuno di noi potrà essere un freno al materialismo utilitaristico dilagante mostrando come la spiritualità, ogni vera spiritualità, al di là di qualsiasi arbitraria distinzione teologica, sia un abbraccio d’amore verso l’intera esistenza, sia la gioia di quell’abbraccio e sia una speranza nell’oggi che si rinnova ad ogni risveglio.

Amiamoci, allora, amiamo noi stessi, pur imperfetti, amiamo la nostra vita, amiamo ciò che siamo e che facciamo, amiamo questa umanità stupefacente nonostante tutto: solo attraverso la gioia dell’amore reale, adesso, mostreremo la nostra fede e il nostro amore verso quel Qualcuno o Qualcosa che, a volte, qualcuno di noi osa chiamare Dio!

Adonai echad,

Amen.

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