Commento ai primi 5 loghia del Vangelo di Tommaso

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Fratelli, come alcuni di voi sanno, come cristiano-unitariani riconosciamo, oltre ai quattro Vangeli canonici, anche un quinto vangelo, il cosiddetto vangelo di Didimo Toma.

Si tratta di una raccolta di 114 loghia (ovvero “detti di Gesù”) con rare cornici narrative,

secondo la Chiesa Cattolica  verosimilmente nata nel II secolo in Siria.

Il contenuto, però, sembra dirci qualcosa di diverso.

Si tratta, infatti, di un testo sapienziale che riguarda il rapporto di Dio con l’uomo e dell’uomo col mondo:

dunque non rivela i tratti più tipici dello gnosticismo classico, o meglio, rivela una sorta di forma di pensiero pre-gnostica di difficile classificazione.

L’interesse per il Gesù storico è praticamente nullo: la salvezza non viene dall’evento pasquale, ma dall’appropriazione della sapienza dei  loghia del Maestro.

Ciò che più affascina di questo testo,

che noi conosciamo in una versione greca dal Manoscritto di Ossirinco del IV secolo e in una versione copta dai Rotoli di Nag Hammadi, del II secolo, ma probabile copia di una redazione anteriore,

è che esso pone fortemente il problema del rapporto con l’ipotesi della “Fonte Q” : dei 114 logia, 79 sono in comune con i Sinottici, 46 con “Q”.

Si era inizialmente pensato che il Vangelo di Tommaso contenesse detti ricavati dai vangeli canonici;

invece l’ordine dei detti è  completamente diverso da quello canonico e la forma è spesso molto più arcaica:

quindi si pensa che il Vangelo di Tommaso e la “fonte Q” abbiano in comune solo uno stadio molto antico della tradizione dei detti di Gesù ed è per questo che molti arrivano a ritenerlo addirittura il più antico Vangelo a nostra disposizione, seppur in alcuni punti rimaneggiato dalle scuole gnostiche.

Ebbene, a partire da questa sera e con cadenza mensile, desidererei che analizzassimo insieme il testo, cinque loghia alla volta, per comprendere quali possano essere gli insegnamenti che possiamo trarre dalla prima testimonianza della predicazione del Maestro.

 

 

INCIPIT

(C) Queste sono le parole segrete che Gesù vivente ha pronunciato e Didimo Giuda Tommaso ha trascritto.

(G) Queste sono le parole segrete che furono dette da Gesù il vivente e che Giuda, detto Tommaso, ha trascritto

Probabilmente, il Vangelo di Tommaso che noi conosciamo  non inizia con una frase scritta da Tommaso.

Lasciando da parte la questione annosa legata al nome dell’autore, che sarebbe troppo lungo trattare in questa sede,

due sembrano essere i termini più interessanti dell’incipit: quel “vivente” (o “il vivente” nella versione greca) attribuito a Gesù e, soprattutto, la definizione delle parole riportate nel testo come “segrete”.

In effetti, però, il primo termine è meno problematico di quanto possa a prima vista apparire.

In questo caso, infatti, esso non sembra riferirsi, se non in via traversa e come ovvio elemento di sfondo, a questioni legate alla Resurrezione del Cristo.

Vivente” è aggettivo utilizzato anche in ambito evangelico abbastanza frequentemente: normalmente è riferito al sostantivo “Dio”, con connotazione pressoché analoga a quella  dell’aggettivo “vero” (i due termini sono anche associati, in funzione di rafforzamento assertivo nella Prima Lettera a Timoteo[1]), ma, almeno in un paio di occasioni (Lc.24, 5 e Gv. 6, 51), gli Evangelisti lo riferiscono al Cristo, con una connotazione piuttosto chiara di “verità”, “effettualità”. In questo senso, dunque, per quanto plausibile, una interpretazione, data da alcuni, del termine come contrapposto ai morti, cioè a coloro che non hanno subito alcuna iniziazione e vivono sprofondati nella materialità, appare piuttosto forzato e legato a interpretazioni “a tema” in chiave gnostica.

Diverso è il discorso  riguardante l’utilizzo del termine “parole segrete”.

E’ immediatamente chiaro che non ci si riferisce alle parole del testo, visto che sarebbe assurdo pensare di trascrivere un testo per diffonderlo, definendolo poi segreto, ma al loro significato profondo, alla loro comprensione finale.

Ebbene, ciò logicamente implicherebbe una componente esoterica nell’insegnamento cristiano, componente che, però, storicamente e teologicamente non sembra pertenere al pensiero protocristiano originario, quantomeno nelle sue linee più diffuse, ma svilupparsi in seguito, certamente dopo l’inizio del secondo secolo, non necessariamente unicamente in ambito gnostico, ma in un crogiolo comunque destinato in tale ambito a confluire.

Tra l’altro, questa “mistericità” delle parole di Gesù appare in netta contraddizione con altre affermazioni dello stesso Vangelo di Tommaso, laddove si afferma, in piena consonanza con Matteo, Marco e Luca, che

non vi è nulla di nascosto che non venga un giorno rivelato e nulla di coperto che rimanga senza diventare scoperto”: è da rilevare che, in quest’ambito, non si fa menzione alcuna a percorsi iniziatici o misterici, quanto piuttosto ad una aperta rivelazione, per quanto non ancora compiuta totalmente e, dunque, a venire.

Su queste basi, è possibile ipotizzare che l’incipit sia una aggiunta posteriore, forse di stampo gnostico, sicuramente di matrice iniziatica.

Ne potrebbe derivare una perplessità riguardante l’autorialità dell’intero testo, ma, in realtà, anche senza tener conto della relativa scarsa importanza teologico-filosofica del redattore iniziale del Vangelo, va storicamente considerato che una eventuale individuazione dell’incipit come aggiunta posteriore rispetto al corpus iniziale, ben poco cambia le cose rispetto al problema autoriale:

anche nel caso l’incipit avesse fatto parte “ab initio” del testo, nulla ci vieterebbe di pensare ad un semplice tentativo di avvaloramento attraverso una referenzialità alta di una raccolta di detti di Cristo che potrebbe essere stata scritta, in realtà, da chiunque.

Allo stesso modo, però, nulla ci vieta, all’interno dell’ipotesi di un’aggiunta posteriore, di pensare ad una titolazione, scritta con termini teo-filosofici più propri al II secolo che al I, che riconoscesse nel testo l’espressione di un’autorialità ben conosciuta in ambito protocristiano e, di conseguenza, da considerarsi non diversamente rispetto ad una qualunque glossa esplicativa, poi così comune in età medioevale.

Le due possibilità, allo stato delle nostre conoscenze, si equivalgono e la scelta di propendere per l’una o l’altra non può che risultare strettamente personale.

 

 

I

(C) Ed egli disse, “Chiunque trova l’interpretazione di queste parole non avrà esperienza della morte”.

(G) Egli disse loro: “Chiunque ascolti queste parole non gusterà la morte”

Di per sé, questo primo loghion non presenta alcuna difficoltà di accoglimento.

L’idea che l’ascolto della Parola di Dio comporti la salvezza e, conseguentemente, la vita eterna (cioè la “non morte”) dell’anima (a cui chiaramente si riferisce il concetto di “esperienza dei morte”), è comune a praticamente tutte le comunità del primo secolo e viene più o meno chiaramente espresso in tutti i Vangeli.

Una frase praticamente uguale a quella del loghion la troviamo in Giovanni:

In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte[2],

ma concettualmente il senso viene spesso ribadito dall’autore del quarto Vangelo (ad esempio “perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna[3];

oppure

In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita[4])

Nei Sinottici la concezione non è così palese, ma, con ogni probabilità, lo stesso nucleo tematico fa da riferimento ad una serie di versetti spesso male interpretati e da taluni considerati una sorta di “profezia erronea” del Cristo, quando egli dice:

In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza[5].

Siamo, dunque, quasi certamente, di fronte ad un loghion del nucleo originario non posteriormente manipolato.

La sola “difficoltà” che possiamo registrare è nel passaggio tra la versione greca e quella copta, ma, più che davanti ad un problema ci troviamo di fronte ad una riprova della  progressiva distorsione del significato originario per adattarlo a nuovi contesti filosofici:

il passaggio, infatti tra “l’ascolto” e “l’interpretazione” delle parole che si registra tra il papiri di Ossirinco e il manoscritto di Nag Hammadi è assolutamente significativo riguardo ad un progressivo scivolamento interpretativo verso un ambito iniziatico, avvalorando l’ipotesi di una “riscrittura interpretativa” che si va via via evolvendo in relazione a diversi contesti di riferimento, probabilmente impregnati di spirito gnostico.

Secondo i criteri filosofici classici di cronologia di riscrittura, possiamo facilmente intuire, comunque, che il senso primario del loghion fosse molto più prossimo a quello riscontrabile nel Canone, avulso da ogni logica misterica ma unicamente improntato all’accettazione del Messaggio del Cristo.

 

II

(C) Gesù disse, “Lasciate che colui che cerca continui a cercare finché trova. Quando troverà, sarà turbato. Quando sarà turbato sarà meravigliato e governerà sul Tutto”

(G) [Gesù disse]: “Lasciate che colui che cerca non smetta finché trova e quando troverà si stupirà; stupendosi regnerà e regnando avrà pace.”

In alcune interpretazioni, questo loghion è considerato uno dei più fortemente improntati alla filosofia gnostica, ma vi sono alcune probabilità che le cose non stiano esattamente così.

E’ vero che l’idea di ricerca continua della Verità è tipicamente gnostica e, in questo senso, anche il Pistis Sophia indica lo sviluppo della conoscenza come elemento indispensabile alla salvezza[6], ed è altrettanto vero che i passaggi menzionati nella versione copta ricordano molto da vicino quelli classici dell’itinerario gnostico, comprendenti:

  • conoscenza del bene;
  • sua accettazione;
  • contemplazione;
  • elevazione mistica;
  • immedesimazione con Dio e conseguente dominio dell’universo cosmico[7].

E’, però, anche vero che il tema della ricerca non è unicamente tipico della gnosi:

la ricerca volta al bene e alla comprensione della Volontà divina è argomento sovente menzionato in tutta la letteratura biblica, con un culmine probabilmente rinvenibile in Giovanni:

Se conoscete me, conoscerete anche il Padre: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto[8].

Inoltre, nella precedente versione greca, i passaggi classici sono molto meno definiti e troviamo un’aggiunta di estremo interesse relativa alla quasi sinonimicità tra “regnare” e “trovare pace”. Ebbene, è facile vedere che ci troviamo qui di fronte ad un richiamo biblico al versetto messianico di Zaccaria che recita:

Sì, egli ricostruirà il tempio del Signore, egli riceverà la gloria, egli siederà da sovrano sul suo trono. Un sacerdote sarà alla sua destra e fra i due regnerà una pace perfetta[9].

Il richiamo alla “pace”, dunque, non va probabilmente inteso come semplice processo psicologico che porta alla conoscenza e, di conseguenza, in qualche modo alla quiescenza o alla soddisfazione della sete di sapere, ma, piuttosto, come un primo accenno a quello che, già dal prossimo loghion (non a caso legato cronologicamente a questo), vedremo essere uno dei temi fondamentali di tutto il Vangelo di Tommaso:

la possibilità dell’uomo, attraverso le parole di Gesù e l’accettazione del loro significato, di elevarsi al rango di Messia egli stesso.

Ecco, allora, che l’uomo può “regnare” sulla natura e sul campo spirituale come profetizzato da Zaccaria e, in questa perfetta armonia, trovare l’unione tra spirito (il sacerdote) e materia (il Regno), in una concezione ben lontana dalla dicotomia gnostica tra i due elementi ma, in realtà, antichissima, se già nella Genesi troviamo:

E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra»[10], ad indicare questa possibile elevazione umana ad un rango superiore, messianico, di potere su mondo spirituale e mondo oggettuale.

 

III

(C) Gesù disse: “se coloro che vi guidano dicono «Guardate, il Regno è nei cieli» , allora gli uccelli del cielo vi precederanno. Se vi dicono «É nel mare», allora i pesci vi precederanno. Piuttosto, il Regno è dentro di voi ed è fuori da voi. Quando  riuscirete a conoscere voi stessi, allora saprete e capirete che siete voi i figli del Padre vivente. Ma se non conoscerete voi stessi, vi dibatterete nella povertà e sarete voi stessi la povertà.”

(G) Gesù disse: “Se coloro che vi attraggono dicono «Guardate, il Regno è in cielo», allora gli uccelli del cielo vi precederanno. Se ci dicono «E’ sotto la terra», allora i pesci del mare vi precederanno. Piuttosto, il Regno è dentro di voi ed è fuori da voi. [Coloro che] diventeranno conoscitori [di se stessi] lo troveranno; [e quando] diventerete conoscitori di voi stessi, [capirete che] siete voi i figli del Padre vivente. Ma se non conoscerete voi stessi, vi dibatterete nella povertà e voi stessi sarete quella povertà”.

Siamo di fronte ad uno dei loghia più belli ed importanti di tutto il Vangelo, riportato senza sostanziali differenze in entrambe le fonti in nostro possesso, tranne che per la “variatio” tra

coloro che vi guidano” e “coloro che vi attraggono”,

probabile eco di una progressiva strutturazione più fortemente gerarchica della Chiesa nel IV secolo rispetto al II.

Anche in questo caso, si potrebbe essere tentati di dare a questo brano, in cui, tra l’altro, sembra persino di scorgere una umanissima ironia da parte di Gesù, una connotazione per alcuni tratti gnostica.

Lo consentirebbe sia la pressante richiesta a non cercare la verità altrove (e si potrebbe qui pensare alla Chiesa ufficiale) che in se stessi

e, soprattutto, quella che sembrerebbe, in tale richiesta, la connessione con la dottrina naassena  secondo cui  “la conoscenza dell’uomo è l’inizio della perfezione[11].

La cosa è certamente possibile, ma non va dimenticato che, di nuovo, è molto complesso distinguere “in toto” le dottrine gnostiche dal corpo dell’insegnamento evangelico.

In effetti, troviamo molti echi nei Sinottici di una ricerca del Regno che deve essere soprattutto interiore e della necessità di non farsi ingannare da false indicazioni.

Si pensi, ad esempio, a Luca: “Interrogato dai farisei: «Quando verrà il regno di Dio?», rispose: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, o: eccolo là. Perché il regno di Dio è in mezzo a voi!» Disse ancora ai discepoli: «Verrà un tempo in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: Eccolo là, o: eccolo qua; non andateci, non seguiteli. Perché come il lampo, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno.”[12],

a cui fanno eco, seppure con minore pregnanza, anche Marco e Matteo[13].

Potremmo addirittura pensare a due versioni dello stesso discorso, per quanto fortemente rimaneggiato, nella redazione canonica

in puro spirito paolino in modo da riferire il Regno al riconoscimento della presenza e divinità del Cristo e non all’autocoscienza dell’uomo.

Quanto poi all’espressione “figli del Padre vivente”, e, anche se meno chiaramente, alla chiusura del loghion riguardo alla povertà in cui si troverà chi non si conosce, si tratta di espressioni addirittura riprese da San Paolo[14] nelle sue Lettere.

Perché, allora, presumere una derivazione gnostica?

Appare ben più probabile che, proprio in collegamento e quasi a spiegazione del loghion precedente, ci troviamo di fronte ad una interpretazione messianica successivamente cassata dalla Tradizione paolina,

in un insegnamento che più volte si ritroverà in Tommaso: la Chiesa reale è dentro di noi, dentro di noi è il Regno e solo trovandolo prima nel nostro spirito ci è possibile trasportarlo nel mondo esterno.

Non a caso il Vangelo di Tommaso è stato spesso definito il “Vangelo dello Spirito Santo”: lo spirito divino, in questo insegnamento originario, riempie e informa di sé ogni cosa e primi tra tutti gli esseri umani.

E ciò, al di là di distinzioni gnostiche relate a Pneuma e operazioni demiugiche, non appare minimamente in contrasto né con la tradizione ebraica precedente, né con la teologia canonica coeva e successiva.

 

IV

(C) Gesù disse,  “Il vecchio non esiterà a chiedere ad un bambino di sette giorni sul senso della vita e vivrà. Perché molti che sono primi diventeranno ultimi e saranno tutti una cosa sola”

(G) Gesù disse: “Che l’uomo vecchio, pieno di giorni non esiti a chiedere al bambino di sette giorni sul senso della vita; allora egli vivrà. Perché molto che sono primi saranno ultimi e molti che sono ultimi primi, e saranno uno solo.”

Apparentemente questo loghion potrebbe sembrare non solo di facile interpretazione, ma anche filologicamente di semplice collocazione,

risultando l’unione di due nuclei tematici,

quello della necessità di ritornare ad una purezza infantile per accogliere il messaggio e quello dell’inversione tra primi e ultimi,

chiaramente riscontrabili anche in ambito evangelico.

Ancora una volta, però, le cose non stanno esattamente così: ad un’analisi più approfondita, risulta infatti chiaro che questo loghion è stato probabilmente rimaneggiato.

Se, infatti, la seconda parte non presenta differenze sostanziali rispetto ad affermazioni analoghe in Marco[15] (“E molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi”),

Matteo[16] (“Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi”)

e, forse in modo ancora più contestualizzato,  Luca[17] (“Chi accoglie questo fanciullo nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato. Poiché chi è il più piccolo tra tutti voi, questi è grande”),

per quanto riguarda la prima parte, la connessione con Matteo[18] (“In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli”)

e altri passi sinottici similari[19] è solo apparente.

Non si spiega, infatti, la precisazione sui “sette giorni” se non alla luce delle teorie posteriori e strettamente gnostiche contenute nei  Philosophumena  e riguardanti la già raggiunta perfezione psicologico-emotiva di un bambino di sette anni (qui addirittura enfatizzate a sette giorni con chiaro intento iperbolico e a sottolineare la totale purezza infantile).

In parole povere, forse a partire da una lode del candore dei bambini effettivamente presente nel messaggio di Gesù, una tale aggiunta appare posteriore e dettata unicamente dall’inglobamento di una glossa di stampo gnostico.

Una tale manipolazione appare evidente anche per quanto riguarda il misterioso “senso della vita” (che letteralmente andrebbe tradotto come “il luogo della vita”), termine corrispondente all’ebraico “maqom” e continuamente utilizzato nella letteratura gnostica ad indicare la perfezione della Rivelazione,

e la chiusa del loghion, quel “e saranno uno solo”, a prima vista di non immediata comprensibilità: il riferimento è, infatti, ancora una volta non classico, ma prettamente gnostico, e si rifà all’insegnamento “dell’unione degli opposti” nella pienezza dei tempi, di matrice addirittura caldea.

 

V

(C) Gesù disse: “ Riconoscete ciò che è alla vostra vista e ciò che è vi è nascosto vi diventerà chiaro. Perché nulla vi è di nascosto che non diventerà manifesto”

(G) Gesù disse: “Riconoscete ciò che è davanti alla vostra faccia e ciò che vi è nascosto vi sarà rivelato. Poiché non vi è nulla di nascosto che non sarà reso manifesto né di sepolto che non sarà portato alla luce”

Molti commentatori vedono in questo loghion riferimenti legati a Clemente Alessandrino, che insegnava che il primo grado della conoscenza è ammirare le cose che abbiamo davanti,

e alle Kephalaia manichee in cui si legge:

Il Salvatore ha detto ai suoi discepoli: «Conoscete quanto si trova davanti alla vostra faccia e vi sarà rivelato ciò che vi è nascosto»” .

Il riferimento, anche in relazione alla pressoché totale identità dei termini usati, è senza dubbio più che pertinente,

ma potrebbe ingenerare l’idea di trovarsi di fronte ad un insegnamento tardo-gnostico estraneo agli assunti evangelici.

Non è così: se non da un punto di vista testuale (in cui è, comunque, almeno parzialmente sovente rinvenibile, il senso del riconoscimento del presente e del reale “in vista di” e “come mezzo per” un completo disvelamento dei misteri futuri è già fortemente presente, anche se con un taglio e un’ottica meno personalistica e più indirizzata alla missionarietà.

L’esempio più lampante in questo senso lo ritroviamo in Matteo[20] X:

Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone; è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più i suoi familiari! Non li temete dunque, poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti.” .

In questi versetti non solo il senso del disvelamento futuro è espresso con una terminologia pressoché totalmente corrispondente a quella del loghion in esame,

ma è anche significativo che tale tematica sia accomunata a quella dell’inversione di ruoli tra ricco e povero, grande e piccolo, che abbiamo ritrovato nel loghion precedente:

è legittima l’ipotesi che, originariamente, i due temi fossero stati trattati congiuntamente, almeno dal punto di vista sequenziale e che ciò possa spiegare anche la prossimità dei loghia appena analizzati.

[1]          1Timoteo 3:15

[2]          Gv. 8, 51

[3]          Gv. 3, 15-16

[4]          Gv. 5, 24

[5]          Mc. 9, 1, ma anche, con differenze unicamente di trascrizione, Mt. 16, 28 e  Lc. 9, 27.

[6]          Cfr. Pistis Sophia, 100: “Non cessate di cercare e non fermatevi finché non abbiate trovato i misteri purificatori che vi sublimeranno”

[7]          Cfr. Clemente Alessandrino, Stromata, IV, passim et alii

[8]          Gv. 14, 7

[9]          Zaccaria 6, 13

[10]        Genesi 1,26

[11]        Cfr. Pseudo Ippolito, Philosophumena, V, 6

[12]        Lc. 17,20-24

[13]        Mc. 13, 21-23, Mt. 24, 26-28

[14]        Rispettivamente in Romani 9, 26b (“E avverrà che nel luogo stesso dove fu detto loro: «Voi non siete mio popolo», là saranno chiamati figli del Dio vivente”)  e  1Corinzi 8, 2-3 e 13, 12.

[15]        Mc. 10, 31

[16]        Mt. 19, 30

[17]        Lc. 13, 39

[18]        Mt. 18, 3-4

[19]        Mc. 9, 37 e Lc. 9, 48

[20]        Mt. 10, 24-27

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