Del populismo, della fede e della disperazione

Cari amici,

gli ultimi mesi sono stati ricchi di eventi politici e sociali che, per alcuni versi, possono essere risultati piuttosto disorientanti per molti di noi e che, indubbiamente, meritano una riflessione.

Ciò che appare più chiaramente evincibile, al di là delle singole evenienze particolari, è che stiamo assistendo ad una progressiva e sempre più evidente ascesa di ideologie populiste nettamente contrarie rispetto alle nostre posizioni: rigurgiti xenofobi, razzisti, nazionalisti, innalzamento di barriere sociali, economiche e culturali, chiusura nel particolarismo, nell’egoismo e in una ideologia che è epitome del più bieco, selvaggio e ottuso capitalismo sono diventate la bandiera non solo, come in precedenza, di gruppuscoli di fanatici incapaci di comprendere come le loro ristrette vedute fossero già state ampiamente condannate dalla storia ma anche di larghe fette delle popolazioni di molti paesi occidentali incantate da “uomini forti” che di tali farneticazioni si sono fatti vessilliferi “pro domo” loro.

Analizzare le cause di questi inquietanti ritorni ad un passato che molti di noi pensavano sepolto dalla ragione umana è lavoro complesso che, in buona parte, può apparire esulare dalle competenze di un pastore. Ugualmente, però, a titolo personale e solo per grandi linee, vorrei elencare alcune di quelle che vedo come cause primarie del fenomeno.

  • In primo luogo, non tanto in termini socio-storici quanto in termini di causa scatenante, credo che l’imponente fenomeno migratorio a cui stiamo assistendo abbia avuto un peso di estrema importanza in questo chiaro arroccamento all’interno di trincee ideologiche che si vorrebbero (purtroppo con sempre maggior successo) far divenire anche fisiche. “Il nostro benessere, il nostro sistema valoriale, la nostra stessa cultura sono in pericolo e, allora, dobbiamo erigere muri, rispolverare vecchi assunti nazionalistico-protezionistici e preparare a difenderci!”, proclamano i paladini della difesa ad oltranza del privilegio nato dal nostro casuale essere nati e cresciuti all’interno del mondo occidentale industrializzato. Ma, sinceramente, la domanda sorge spontanea: difenderci da cosa? Difenderci dall’esodo di disperati in fuga da genocidi, da guerre o dalla povertà più estrema? Sono questi i “nemici” che mettono a repentaglio il nostro benessere e la nostra civiltà? In tutta onestà, non mi pare che l’essere approdo di esseri umani che chiedono solo una vita dignitosa e sicura rappresenti un pericolo così incommensurabile. Piuttosto, mi parrebbe più consono affermare che il mancato ascolto del loro grido di dolore rappresenterebbe una cartina tornasole della pochezza umana e morale di questa “civiltà” che si vorrebbe difendere. Pretendono? Non mi pare proprio che questi disperati siano nella posizione di pretendere alcunché, né che lo facciano normalmente, a meno che non considerassimo “pretesa” il richiedere livelli minimali di dignità di trattamento e di libertà personale, le quali, per altro hanno ogni diritto di essere pretese in qualsiasi consesso non sulla base di appartenenze nazionali, etniche o di qualsiasi altro genere ma sulla base di una comune compartecipazione al genere umano. La loro presenza in numero elevato mette a rischio le nostra cultura? Forse potrebbe essere un assunto sensato se vedessimo, come tanti assertori del “culto nazionale”, la cultura come elemento sacrale monolitico, non legato a meccanismi trasformativi ed evolutivi continui. Personalmente, direi piuttosto che qualsiasi sistema culturale statico mostri la sua debolezza proprio nella sua impermeabilità e nel suo rifiuto al confronto, mentre tutti i grandi avanzamenti culturali, dalla nascita delle proto-civilizzazioni all’impero romano, allo sviluppo rinascimentale, solo per citarne alcuni, siano sorti da commistioni culturali e da ibridazioni tra assetti sociali differenti. O forse, ciò che ci incute timore è l’effetto malthusiano di una limitatezza locale di risorse da spartirsi tra un numero maggiore di competitori. Anche in questo caso, l’assunto mi pare di una limitatezza che, se non fosse tragica, sarebbe esilarante: chi definisce un territorio come “possesso privato”? Su che basi? Forse su quelle basi nazionalistiche che risultano unicamente autoreferenziali? Non è, piuttosto, quello malthusiana un fenomeno globale che, per quanto ancora ben lontano nel tempo nel suo compimento, dovrebbe, comunque, essere affrontato su una scala globale dimensionata alle sue proporzioni? O temiamo troppo per il nostro piccolo orticello per pensare in dimensioni superiori ai nostri limitati orizzonti? Ben strano effetto questo della paura di perdere una piccola parte del nostro ultra-benessere, del nostro surplus consumistico a favore della sopravvivenza dignitosa di altri esseri umani, ben strano effetto, soprattutto se s’incarna in presunti assertori di valori sociali e religiosi!  Ma, in fondo, non si tratta di nulla di stupefacente: è l’effetto di quel meccanismo perverso e circolare che fa sì che proprio coloro che sviluppano paure indotte si possano presentare come grandi risolutori di quegli stessi “falsi problemi” da loro presentati come “catastrofi epocali” e, così facendo, accaparrarsi il potere con pretese messianiche.
  • Oppure la ragione del rigurgito populista è da ricercare nel fenomeno terroristico che ci fa stigmatizzare un’intera popolazione come assetata di sangue occidentale e desiderosa di imporre regole religiose oscurantiste che riporterebbero la nostra civiltà indietro di 800 anni? Probabilmente tutto questo potrebbe avere un senso se non tenessimo conto di alcuni assunti che esiterei a definire irrilevanti. Il primo di tali assunti è che, pur senza negare la pericolosità del fenomeno, credo sia d’uopo circoscriverlo nelle sue reali proporzioni: i fanatici jihadisti sono, in realtà, una esigua percentuale di una minoranza integralista all’interno di una società che, nonostante le apparenze (ovviamente ultra-enfatizzate dai media), ha resistito al loro impatto (essendone, in fondo, la prima vittima) e si è in buona parte coalizzata con un occidente che a compreso troppo tardi la portata del rischio che stava correndo e ha posto la reazione a tale rischio in fondo ad una lista di priorità altre per accorgersi, poi, che una reazione congiunta (o, almeno, parzialmente congiunta) poteva ridimensionare piuttosto rapidamente i termini di “scontro di civiltà” che si erano paventati. Per altro, nessuno si è mai degnato di analizzare le motivazioni di tale possibile “scontro di civiltà” nel suo reale contesto storico-culturale e ci si è limitati a liquidare il tutto come emanazione di una “follia religiosa” che, al contrario, è solo maschera per nascondere meccanismi ben più profondi, la disamina delle cui cause, però, probabilmente costerebbe troppo in termini di coinvolgimento emotivo e sfaldamento dell’immagine stereotipata delle “democrazie occidentali” per poter essere affrontata nella sua reale portata. Ed è curioso come si sia gridato e si continui a gridare all’imbarbarimento islamisticheggiante da parte di chi, dell’Islam, evidentemente, sa davvero poco e non si rende conto di rispondere (se di risposta si tratta) a presunte (o anche reali) “chiusure” con chiusure ancora maggiori e ben più gravi nella misura in cui non solo non sono supportate da alcuna ideologia di riferimento se non da una paura vendicativa ma, addirittura, finiscono per essere stridenti con quei valori che ci si vanta di difendere. Infine, un dato risulta emergere con una forza superiore a qualunque altra: il terrorismo non viene da lontano e la radicalizzazione avviene nei quartieri periferici e degradati delle nostre metropoli quanto e ben più che nelle moschee di paesi arabi, diventando segno evidente del fallimento di qualunque politica di ghettizzazione e isolamento che, però, si continua a definire come la sola possibile e si vorrebbe, anzi, incrementare.
  • Naturalmente, tutto questo s’innesta perfettamente nel clima da “crisi economica” in cui siamo, globalmente, tutti immersi da anni. La crisi onnipresente è il grande tema del giorno ma almeno un paio di elementi appaiono a dir poco curiosi. Il primo è che, in un periodo di crollo economico generalizzato, alcuni, pochi (ma, in fondo, neppure così pochi) eletti prosperino e, anzi si arricchiscano assolutamente indisturbati, attirandosi le invidie o, purtroppo molto più spesso, l’ammirazione dei più, meno fortunati, i quali, di norma, guardano più ai risultati del loro arricchimento che ai metodi con cui esso ha avuto luogo (il fine giustifica i mezzi? Avrei immaginato che una globale risposta negativa fosse ormai un patrimonio etico acquisito!) o alla sperequazione evidente tra esseri umani potenzialmente aventi la stessa dignità che potrebbe essere risolta con una pur minima redistribuzione fiscale. Il secondo, che risulta persino più assurdo, è che coloro che finiscono per pagare il tributo più alto a questa crisi non risultino essere coloro che, con la loro finanza creativa, con le loro speculazioni selvagge, con la loro sindrome da accaparramento, hanno contribuito a crearla ma, al contrario, coloro che ne sono stati, nella loro debolezza economica, le prime vittime, assunte a “capro espiatorio” proprio sulla base delle scarse possibilità di difesa derivanti da tale debolezza. Non vi è nulla di nuovo in tutto ciò e, in queste occasioni, si sarebbe quasi tentati di dar ragione ai sostenitori di una presunta ciclicità storica: la crisi colpisce forse più socialmente che economicamente nel suo spingere ad erigere barriere difensive, nel suo rimarcare le scale del privilegio gerarchico, nel suo forzare la massa a puntare il dito contro le categorie deboli. Così è accaduto nel medioevo, così è accaduto nella Germania del primo dopoguerra, così accade oggi perché, mutatis mutandis, l’animo umano non pare cambiare mai nella sua reazione allo stress emotivo e, ancora una volta, questi meccanismi risultano ben chiari proprio a coloro che alla creazione di quello stress emotivo contribuiscono, amplificando apocalitticamente le previsioni dei possibili effetti della congiuntura economica per trarne vantaggio personale, presentandosi come fautori delle “uniche soluzioni possibili”.
  • Infine (ma solo per limitare il più possibile questa disamina), non piccolo peso ha avuto l’incapacità del sistema politico di affrancarsi da un meccanismo autoreferenziale ed auto-assertivo unicamente volto alla perpetuazione del potere costituito e non al servizio della collettività. La frattura sociale apertasi tra una classe politica chiusa in una sorta di mondo parallelo, apparentemente in perenne lotta tra fazioni ma, sostanzialmente, omogenea nel palese asservimento a poteri forti che risiedono altrove, in un ambito economico-finanziario lontano da presunti meccanismi democratici, e un popolo che di tali caratteristiche ha ormai assunto piena coscienza e che si sente costantemente ingannato dalla perpetuazione, al di là dell’estrinseca teatralità di scontri ormai più giocati sul piano personale che sul piano ideologico, di un sistema monolitico e disinteressato al benessere comune, ha avuto corollari a dir poco distruttivi. La sfiducia collettiva da un lato e la scarsa capacità critica di un elettorato ormai disabituato ad un filtraggio critico del bombardamento mediatico a cui viene costantemente sottoposto hanno portato quest’ultimo a puntare, nel tentativo di rompere la spirale perversa dei giochi di palazzo volti al “cambiare tutto perché nulla cambi”, su istrionici capipopolo la cui caratteristica saliente risulta unicamente quella di venire da ambiti lontani dalla politica professionale e di utilizzare metodi e messaggi da venditori di auto usate o da guitti da fiera atti a parlare alla “pancia” degli ascoltatori, ventilando paure di ogni sorta, puntando il dito su minacce e nemici anche inesistenti e utilizzando un linguaggio di disarmante rozzezza, più che alimentare la ragion critica collettiva.

Da un tale, fatale, miscuglio di nefande co-variabili (per altro tutte interdipendenti) non può che discendere una politica appiattita su una sorta di “grado zero”, che si parla addosso, che vive di puro onanismo locutivo senza respiro, limitata ad un orizzonte vicinissimo e al menzionato gioco del “creo paure fittizie per poi fingere di poterle risolvere” con formule di una banalità tale da non riuscire neppure ad allontanarsi con un minimo di creatività da esperienze populiste già ampiamente collaudate e screditate.

Come essere umano in primo luogo e come unitariano universalista in seconda battuta, non posso che sentirmi scoraggiato da un tale panorama socio-politico ma, forse ancor maggiormente, sento il peso di possibili risposte che possano nascere, più o meno naturalmente, anche all’interno della nostra comunità. Tre, tra le tante possibili, mi paiono essere particolarmente perniciose.

  1. La prima riguarda più direttamente quanti tra noi si rifanno ad una visione teistica della Trascendenza. Come sempre, infatti, di fronte alle avversità il primo istinto può essere quello di provare un senso d’abbandono e di chiedersi “dov’è Dio? Perché permette tutto questo?”. Per quanto fondamentalmente umanissima, si tratta di una ennesima “risposta di pancia” a stimoli volutamente indirizzati proprio ai livelli istintuali del singolo ben più che alle sue capacità razionali. Una domanda di questo genere, infatti, non solo assume un livello di considerazione dell’immanentismo divino che sfiora il magismo, in una presunzione di conoscenza (se non, addirittura, di direzionamento) della volontà della Trascendenza che non ci appartiene e che, in ogni caso, lascerebbe perplessi (perché mai Dio dovrebbe parteggiare per questa o quell’istanza? Su che basi? Con quale progettualità?) e, se mai, potrebbe più agevolmente pertenere a posizioni indubbiamente meno razionaliste della nostra, ma, soprattutto, finisce per negare quel libero arbitrio lasciato all’essere umano che sta alla base di gran parte dei nostri Sette Principi (dalla statuizione della dignità intrinseca dell’uomo a quella della necessita di una libera e responsabile ricerca della verità, passando per il diritto alla libertà di coscienza), traslando, inopinatamente, l’uomo da centro del creato e cooperante nella realizzazione del Regno a un mero burattino posizionato all’interno di percorsi prefissati e di confini invalicabili.
  2. Forse ancora più radicale e, conseguentemente, ancora più nociva è la risposta per alcuni versi opposta alla precedente, quella che vede nella situazione corrente una ragione per perdere fiducia nell’essere umano e nelle sue capacità gestionali e decisionali. L’uomo, allora, diventa, calvinisticamente, un essere fondamentalmente corrotto, volto unicamente al male, al soddisfacimento di bisogni egoistici, assolutamente incapace di slanci collettivi, lupo per il suo prossimo e, quindi, fondamentalmente pericoloso. Ancora una volta, si tratta di una visione in fondo piuttosto comprensibile dal punto di vista umano, soprattutto alla luce degli accadimenti di una società in cui una ottica di questo genere non solo rischia di sorgere spontaneamente nell’osservatore ma anche e soprattutto viene costantemente proposta perché sia “grimaldello” con cui aprire, come accennato, la mente e i cuori di possibili “clientes” alla penetrazione di messaggi para-messianici proposti da qualche fomentatore di terrori per lo più ingiustificati. Ciò non toglie, comunque, che si tratti di un’ottica solo parziale, indotta e limitata, che non tiene conto non solo delle potenzialità costruttive umane ma neppure degli innumerevoli esempi concreti in cui tali potenzialità continuano costantemente ad esprimersi, seppur in forma sicuramente meno pubblicizzata rispetto alla visione negativa che le si contrappone. L’assunzione di una visione para-calvinista dell’essere umano contravviene in maniera così lampante a qualunque dei nostri Sette Principi che appare unicamente pleonastico trattarne diffusamente. Siamo di fronte, in fin dei conti, all’incitamento verso un atteggiamento potenzialmente violento (non è forse vero che, in definitiva, la peggiore violenza nasce dall’istinto di difesa?) e non esito a dire che il fatto stesso di arroccarsi su posizioni difensivistiche (o ultra-difensivistiche) e di screditamento dell’uomo e delle sue capacità costruttive potenziali o attuali sia, già di per sé, una totale e palese violazione del principio fondamentale rivolto alla pace e alla cooperazione che risulta così fondativo per la nostra esperienza spirituale.
  3. Infine, una terza risposta, forse più subdola delle precedenti, è riassumibile nel motto “tanto peggio, tanto meglio”. In sostanza, si tratta della risposta di chi vede in un ipotetico “Kali Yuga” l’inizio di quel percorso apocalittico che dovrebbe condurre, teleologicamente, ad una sorta di palingenesi universale. Non voglio negare di essere stato più volte propenso ad imboccare la strada di una risposta di questo genere. Di fronte al precipitare verso un baratro populista, egoista e xenofobico del nostro ambiente socio-politico mi è capitato più volte di pensare che, forse, questa generazione avesse bisogno di vivere sulla propria pelle esperienze che di tale baratro sono figlie e che risultavano ben chiare alle generazioni precedenti, che dei risultati di tale imbarbarimento avevano subito sulla propria pelle tutti gli effetti più terribili. Eppure … Eppure no, non può essere questa la nostra risposta perché significherebbe, in ultima analisi, quiescenza e accondiscendenza di fronte al male, all’ingiustizia, alla discriminazione, all’odio e alla divisione, una quiescenza e accondiscendenza ancora più gravi nella misura in cui diventano scelta di campo meditata, ragionata, addirittura spiritualmente radicata. Una palingenesi? Un nuovo ciclo? Non sono questi solo retaggi di un pensiero mitologico che, ancora una volta, implica una presunzione di conoscenza del Divino che non ci appartiene, che postula una immanenza che, in realtà, non è altro che flebile ipotesi non necessariamente condivisibile o speranza senza alcun fondamento razionale? E poi, forse soprattutto, non è, a conti fatti, semplicemente questo un modo per “lavarcene le mani” pilatescamente, per giustificare e auto-giustificare una inane inazione, addirittura per assurgere al ruolo di complici o fiancheggiatori nella costruzione di uno status quo che appare essere l’esatto opposto rispetto al nostro sistema valoriale di riferimento e rispetto a quel ruolo di co-costruttori del Regno o di operatori di un cambiamento di orizzonte sociale che ci siamo, forse utopisticamente (e chi dice che l’utopia sia una forza propulsiva così negativa?) proposti? Non è, forse, una modalità di pensiero che ci spingere, in conclusione, a dar ben ragione alla definizione marxiana di religione come “oppio dei popoli”?

Cosa unisce tutte queste possibili “risposte”? Quale risulta essere il loro comun denominatore? La risposta che mi appare essere più convincente è quella della mancanza di speranza.

Certo, la disperazione davanti ad una società in chiara ed evidente fase involutiva  può essere una reazione istintiva, naturale, ma è proprio contro questo atteggiamento che dobbiamo combattere con la forza della nostra spiritualità liberale per non appiattirci su un presente sempre più grigio (e, tendenzialmente, su un futuro, per noi e i nostri figli, conseguentemente ancora più oscuro).

Come reagire? Non smettendo di sperare, in primo luogo, nelle incredibili potenzialità dell’uomo, nella sua possibilità di creare una vera rete interdipendente e nella forza divina (comunque intendiamo questo termine) che l’unione di persone coese in nome di una società migliore, più giusta, più amorevole può avere sul nostro impianto politico, sebbene nell’immediato ciò possa apparire solo un sogno irrealizzabile. E questo senza aspettarci interventi divini o miracolosi, parusie e palingenesi che sono solo miraggi e proiezioni del nostro Ego fino a prova contraria.

Da qui, dunque, da questa speranza nonostante tutto inesauribile deve discendere il nostro agire, forse non conformista (e, in un quadro ben più ampio dell’immediato presente, che valenza può avere la conformità o non conformità, se non quella di non divenire complici conformandoci ai trend più comuni?) ma sempre attivo nell’impegno, nella proposta e nell’insegnamento. E non si tratta di termini solo astrattamente utopici: sono, piuttosto i termini di definizione di una sistema di vita in cui i valori che ci animano si fanno carne e sangue, si concretizzano nell’agire non solo e non necessariamente eccezionale (e ben venga chi ha la forza, il coraggio e la possibilità di essere in prima fila nelle molte trincee di difesa della dignità umana e della giustizia!) ma, soprattutto, quotidiano. Perché è nel nostro quotidiano che la proposta e l’educazione valoriale assumono di significato, non attraverso proclamazioni pompose o atteggiamenti didascalici ma attraverso la semplice statuizione esemplificativa di un’alternativa di apertura, di condivisione, di amore diffuso che viviamo, che traspare dal nostro essere, dal nostro porsi, dal nostro interagire con gli altri.

Questo è il punto, fratelli: essere ciò che siamo e non cedere mai alla tentazione di seguire la corrente diventando altro da noi, di chiuderci in un privato egoista, di prefabbricare barriere e muri è la nostra sola arma per lottare  ogni giorno, per resistere, per convincere con il semplice esempio di un’alternativa possibile, dell’unione, della giustizia che sorge da una esigenza intima e insopprimibile, dell’amore nonostante tutto.

E la goccia, fratelli, forse quasi invisibilmente, forse impiegandoci anni e decenni, prima o poi erode la roccia e la scava.

Scaviamo la roccia ogni giorno, non permettiamo che il calcare dell’immobilismo e della rassegnazione trasformi noi stessi in stalattite rocciosa, non scoraggiamoci se la roccia appare troppo dura perché ogni roccia, prima o poi verrà scavata: a questo compito siamo chiamati, ad essere l’umile ma inesauribile goccia della speranza che quotidianamente s’infrange sulla roccia e lavora su di essa.

Adonai echad,

Amen

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