Di chi è questa Chiesa?

Le nostre vite iniziano a finire il giorno in cui stiamo fermi a guardare in silenzio davanti alle cose che davvero importano: alziamoci e impegnamoci davvero per quello che riteniamo giusto!

(Rev. Martin Luther King)

Oltre alla visione comune di impegno come l’essere pronto a morire per quello in cui credi, fai un passo in più e comincia a pensare che il vero impegno è vivere e donare un po’ del tuo tempo e dei tuoi sforzi per quella stessa cosa in cui credi.

(Rev. Maurice Williamson)

45 «Il regno dei cieli è anche simile a un mercante che va in cerca di belle perle; 46 e, trovata una perla di gran valore, se n’è andato, ha venduto tutto quello che aveva, e l’ha comperata.

(Vangelo di Matteo, cap.13)

Cari fratelli,

questa sera vorrei proporvi un piccolo test psicologico: giusto un paio di domande a cui, naturalmente, nessuno è tenuto a rispondere ma che, forse, possono servire a fare un po’ il punto della situazione.

Per la prima domanda, vi chiedo di chiudere gli occhi e di immaginare una situazione molto piacevole: avete appena scoperto di aver vinto una macchina nuova ad una lotteria a cui avete partecipato proprio perché volevate quella macchina, la desideravate con tutto il cuore. Non è che, per forza debba essere una macchina super-lusso ma, se dobbiamo sognare, perché non farlo in grande? Diciamo, allora, che avete appena vinto una Ferrari, bellissima, rosso fuoco ma, se preferite qualcosa di più maneggevole, possiamo pensare ad un Mercedes Classe A o a qualunque altra macchina vi piaccia.

L’unico particolare è che a questa macchina, per una qualche ragione commerciale dello sponsor che l’ha messa in palio, mancano alcune parti minori: non ha i tappetini, non ha gli specchietti retrovisori e non ha le lampadine delle luci.

Perché? Chi lo sa: magari lo sponsor vuole lasciare che scegliate voi come personalizzare il modello, magari erano proprio quei particolari che lo facevano uscire fuori budget o, magari, si tratta di una qualche segreta strategia di marketing ma, a noi, del perché di questa strana evenienza interessa relativamente poco.

La domanda che vorrei porvi è la seguente: voi che cosa fate dopo aver ricevuto a casa la macchina che tanto sognavate? Andate di corsa a comprare per 150 euro le cose che mancano o lasciate l’auto in garage perché senza luci e specchietti non può circolare?

Domanda stupida? Beh, forse sì. Ma, magari, potreste pensare che quei 150 euro non li avete perché a malapena riuscite ad arrivare a fine mese e proprio non ve la sentite di fare gli straordinari per due settimane, sottraendo tempo al vostro riposo, ai vostri hobby o alla famiglia … Ok, assolutamente lecito: lasciate, allora, la macchina ferma sul marciapiedi davanti a casa fino a che non si arrugginisce o non la porta via il carro attrezzi … La scelta è vostra e, comunque, potete poi sempre raccontare a voi stessi che, a conti fatti, il motore della vostra auto non vi convinceva fino in fondo.

Seconda domanda, questa volta in uno scenario meno positivo, anzi, proprio terribile. Siete reduci da una guerra atomica che ha ridotto drasticamente la quantità di acqua potabile nella vostra area e avete davvero sete. Un paio di vostri vicini di casa cercano di scavare un pozzo e trovano un po’ d’acqua e sono anche contenti di darvene una parte, però vi dicono che, secondo le mappe geologiche che hanno consultato, proprio sotto il vostro giardino c’è una grande falda che potrebbe dissetare voi e tutto il quartiere e che, se volete scavare con loro, forse si può davvero risolvere il problema della scarsità idrica nella zona.

Voi cosa fate? Qui gli scenari sono, direi, almeno tre:

1) decidete di condividere la loro fatica, vi mettete a progettare con loro il nuovo pozzo, rinunciando alla pennichella pomeridiana o aiutando gli scavi quando tornate a casa dal lavoro anche se siete stanchi o preferireste giocare con i nipotini, parlare con il marito o guardare la tv;

2) dite ai due “ok, scavate pure nel mio giardino ma io sto a guardare e se trovate qualcosa, poi mi date un bel po’ di quell’acqua e il resto potete distribuirlo come volete”;

3) preferite lasciar perdere e bere quel po’ d’acqua che il piccolo pozzo dei due riesce a produrre e che loro vi danno.

Non sta a me giudicare le scelte di ciascuno ma tutta la situazione mi fa pensare a quando ero più giovane e avevo il tempo di vedere qualche film in più. Li scaricavo dalla rete con un programma che non so neppure più se esiste e che si chiamava “torrent”: in sostanza, qualcuno metteva il film su qualche server e la banda di scaricamento, cioè la velocità con cui si poteva scaricare, dipendeva da quanti stavano in rete connessi a quel certo film. Alcuni rimanevano connessi anche dopo aver finito di scaricare per permettere anche ad altri di completare il download, venivano chiamati “seeders” e, di solito, erano persone che credevano veramente che alla base di tutto ci fosse una questione etica di libera circolazione artistica e di possibilità di visione per tutti, anche per chi non si poteva permettere di comprarsi i dvd resi supercostosi dalla volontà delle case produttrici di guadagnare il 500% rispetto all’investimento iniziale, giusto o sbagliato che questo fosse; altri, chiamati leechers, si sconnettevano appena finito il download e non avete idea di quante maledizioni ho tirato loro quando un download mi si bloccava al 92% senza possibilità di completarlo.

Vi sembra che questo discorso non abbia un gran filo logico? Forse è vero ma, per cercare di spiegare quello che sto provando a dirvi, proverò a partire da un altro punto, con un’altra domanda, molto meno metaforica: secondo voi di chi è la nostra Comunione?

Magari qualcuno pensa che sia una specie di corpus metafisico che si crea e si mantiene da solo, per volontà divina. Magari un po’ lo spero anch’io che qualche zampino della volontà divina da qualche parte ci sia ma vi posso garantire che, anche in quel caso, quello zampino non basta a mantenere questa pur piccolissima organizzazione in movimento e la morte delle precedenti missioni unitariane universaliste in Italia è la riprova piuttosto evidente di quello che sto dicendo.

O magari qualcuno pensa che la CUI sia dei suoi ministri. In fondo, di essere ministri ce lo siamo scelti noi ed è giusto che facciamo andare avanti noi la baracca, no? Magari anche in questo c’è qualcosa di vero, non fosse per il fatto che mi pare che questo atteggiamento riveli due aspetti leggermente problematici:

a) che mostra un atteggiamento piuttosto chiaramente episcopaliano che implica una gerarchizzazione delle funzioni che nessuno dei ministri della CUI certamente desidererebbe, vivendola, piuttosto, come un grande fallimento rispetto ai Sette Principi. Qualche tempo fa, in una libreria evangelica, ho sentito una signora, penso pentecostale, sudamericana dire al libraio che avrebbe letto volentieri quel tal libro ma che, prima di acquistarlo, voleva sentire il parere del suo pastore. Sono convinto che se succedesse una cosa del genere nella nostra comunità, la malcapitata si prenderebbe, a scelta e a seconda del pastore di riferimento, una teorizzazione dialettica biblico-hegeliana, un pistolotto di 40 minuti sulla libertà spirituale o direttamente uno sputo in fronte (a voi capire cosa verrebbe da chi) …;

b) questo atteggiamento, per quanto pur sempre sbagliato, potrebbe essere un po’ più comprensibile in altre realtà in cui i pastori possono definirsi dei professionisti a tutto tondo (non nel senso di preparazione tecnico-teologica, per la quale, conoscendo un po’ la realtà internazionale, posso sinceramente dire che in Italia non dobbiamo invidiare nessuno, ma nel senso di percepire uno stipendio). Di fatto, però, la constatazione che, proprio in realtà di questo genere, i pastori si occupino pressoché esclusivamente di questioni spirituali e di pastoral care lasciando le iniziative organizzative ai comitati parrocchiali ci dice che, in ogni caso, pensare che il funzionamento della chiesa debba riposare unicamente sulle forze dei ministri è, semplicemente, un modo non U*U di vedere il concetto di comunità. E se questo è vero in assoluto, tanto più lo è qui, dove ogni ministro lavora per vivere, dove ciascuno di noi strappa il tempo alla propria vita, ai propri studi, alla propria famiglia e alle proprie incombenze per cercare di tenere in piedi qualcosa in cui crediamo, così come, speriamo, dovrebbero crederci tutti gli altri componenti della comunità.

O magari, infine, qualcuno può pensare che la CUI viva grazie al movimento Unitariano Universalista internazionale. Beh, se le cose stanno così, lasciatevi dire che nulla potrebbe essere più fuori strada. Nel congregazionalismo, semplicemente, le cose non funzionano così: ogni comunità è completamente indipendente, sia in termini organizzativi che economici o pastorali. Se mai, è vero il contrario: gli organismi internazionali vivono grazie ai contributi delle singole comunità nazionali, noi compresi e, se anche è vero che alcune comunità nazionali stanno piuttosto bene, è altrettanto vero che l’organizzazione ombrello che tiene uniti tutti gli U*U del mondo non avrebbe neppure le possibilità di aiutarci economicamente né, d’altra parte e giustamente, non si azzarderebbe mai a imporci qualcosa organizzativamente.

Il fatto è, fratelli, che la Comunione Unitariana Italiana è di tutti noi, in egual modo ed egual misura. Ciascuno di noi può darle un significato diverso, come è giusto e come è costitutivo di una spiritualità che non pone dogmi e vie predefinite, ma ciascuno di noi è la CUI, ciascuno di noi è “proprietario” di questa chiesa che proclama per noi e per tutti il senso di una fede libera e liberale, di una fede di uomini e donne che credono in alcuni principi trascendenti di dignità, uguaglianza, fratellanza, di ragione non disgiunta dallo spirito, di amore per l’essere umano e per la terra che lo nutre, di ricerca di un oltre rispetto ad una esistenza unicamente edonistica.

E, fratelli, se la CUI è di ciascuno di noi perché rappresenta, al di là di qualsiasi differenza di ottica, di qualsiasi onanismo teologico, di qualsiasi legittima discussione interna, qualcosa in cui crediamo, che riteniamo importante per noi e per tutti, allora questo implica delle conseguenze.

Probabilmente state pensando che io sia il rompiscatole del gruppo, quello che si lamenta sempre e che tira bordate. Probabilmente è vero, ma voglio spiegarvi da dove nasce una certa amarezza di cui voglio farvi partecipi. Nell’ultimo mese ho avuto modo di notare come due persone di tutt’altra fede si siano prodigate, sinceramente con rinunce e sforzi personali, per aiutare la comunità a svolgere le sue funzioni pastorali. Queste due persone sono le compagne di due dei ministri e vi devo dire che la domanda che mi sono posto è stata sul perché lo facessero. E la risposta credo sia piuttosto evidente: per amore. Non solo per amore verso le persone con cui stanno ma anche per quello in cui quelle persone credono, perché hanno capito che, per quanto la loro fede sia differente, i principi che ci muovono sono realmente universali, sono realmente rivolti alla creazione di un mondo migliore, più libero, più rispettoso, più giusto per tutti.

Amore è la parola chiave! E l’amore non è un atteggiamento passivo, non lo è mai! Se amo davvero non aspetto che la persona che amo mi chieda qualcosa perché io cerchi di farla star bene, non aspetto che lei mi dica che mi ama per dirglielo, non mi siedo a guardare dalla finestra se sta arrivando ma mi alzo e vado da lei.

Allora, fratelli, è questo il senso dell’intero discorso: se si ama una idea, una visione della vita e della fede, se si vuole che questa idea cresca e si diffonda, allora ha poco senso sostenere una chiesa che la proclama solo a parole. Una chiesa che è di ciascuno necessita l’iniziativa di ciascuno, necessita che ciascuno di noi s’impegni praticamente, non solo con proposte che altri devono portare avanti, ma non iniziative concrete, portate avanti in prima persona per la chiesa, per la sua diffusione, per la sua vita organizzativa e quotidiana.

E non perché vogliamo avere 2000 fedeli nuovi, non perché ogni giorno dobbiamo essere online o da qualche parte ma perché ciascuno di noi deve sentire che questa comunità è sua ed esprime le sue idee sulla fede in questa società.

Lo so, fratelli, che nessuno di noi vuole essere un leecher e che tutti vogliamo essere seeder ma essere seeder significa mettersi in gioco davvero, non chiedendo agli altri di scavare quel pozzo che disseta noi e gli altri, non pensando che dire di essere di una comunità in cui si passa due volte al mese sia una specie di favore che si fa a chissà chi, non mettendo due like e tre commentini su Facebook pensando che questo basti, non facendo seimila distinguo sui capelli degli angeli su questioni sulle quali solo chi è in malafede può pensare di avere le risposte definitive, usando le conseguenti risposte soggettive e forse incomplete come alibi.

E so anche che per molti di noi fare gli straordinari per mettere i tappetini e gli specchietti costa … ma costa per tutti e costa anche tanto, però è quel costo il segno dell’amore, il segno di sentire davvero un’appartenenza, di sentire la forza della spiritualità che sentiamo.

E’ questo che vi chiedo: fare, in prima persona, proponendo e realizzando, attivamente!

C’è chi lo fa ma a questo tutti siamo chiamati: essere seeders e non leechers della Comunione, lavorare con tutti noi stessi perché non vogliano lasciare la nostra splendida Ferrari ad arrugginirsi al lato di una strada!

Adonai echad. Amen

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