IL CAMMINO DELLO JEDI

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Alla fine degli anni ‘90 una commissione internazionale (chiamata LIDOR) dell’Università di Leida, dopo anni di studi, è giunta alla conclusione che non sia possibile, allo stato attuale, una definizione univoca di “religione”. Nonostante questo, esiste, comunque, una idea comune del significato del termine che è quella che, con poche varianti, può essere rinvenuta in qualsiasi dizionario: “l’insieme di credenze e di manifestazioni con cui l’uomo riconosce l’esistenza del soprannaturale”.

 

Fermo restando che, naturalmente, ciascuno è libero di credere in ciò che vuole, non può che destare qualche stupore il fatto che tale “riconoscimento dell’esistenza del soprannaturale” avvenga rapportandosi con una soprannaturalità che è chiaramente e dichiaratamente inventata nelle sue caratteristiche sia teologiche che cultuali. Eppure ciò è esattamente quanto avviene, ormai da qualche anno, all’interno di un gruppo piuttosto nutrito di “fedeli”, presenti anche in rete, del “Culto Jedi”, cioè della religione inventata da George Lucas per la esalogia di “Guerre Stellari”.

 

Tenendo conto dell’esistenza, nei soli Stati Uniti, di oltre 4.000 chiese e sette ufficialmente riconosciute e legate al culto di pressoché qualunque cosa (dagli alberi agli alieni), si potrebbe pensare a poco più che un’anomalia, frutto di esaltazioni da transfert di qualche spettatore un po’ troppo immedesimato nei personaggi della fortunata serie filmica.

 

Probabilmente, nella maggioranza dei casi, le cose stanno esattamente così ma sia la proporzione dei fenomeno (si parla di parecchie migliaia di aderenti, più o meno coinvolti nel culto e, anzi, Daniel Jones, il ventitreenne fondatore della “Chiesa Internazionale dello Jedismo”, parla, indubbiamente con un certo grado di esagerazione, di circa 500.000 sostenitori e fedeli nel mondo) sia la complessità dell’apparato teologico costruito dagli autori delle sei pellicole ufficiali della serie e degli innumerevoli prequel e sequel sviluppati nel tempo da creatori di libri, fumetti e videogame legati alla saga spaziale inducono a ritenere necessaria una indagine un po’ più approfondita su un argomento che non può essere semplicemente liquidato come “patologia socio-psicologica”.

 

Prima di tutto, come si struttura la religione di Guerre Stellari?

 

Il tratto distintivo più caratteristico può essere rinvenuto nella “filosofia della Forza”, che, per molti versi, risulta lo snodo centrale di tutte le pellicole dell’esalogia. Per comprendere di cosa si tratti, analizziamo brevemente cosa ci viene detto riguardo ad essa nel corso della narrazione. Nell’Episodio IV (il primo film della serie, realizzato nel 1977), Obi-Wan, quello che inizialmente ci appare essere l’ultimo “Cavaliere Jedi” (cioè membro di una sorta di ordine monastico-guerriero il cui compito è proteggere l’ordine nell’universo) spiega anzitutto la dicotomia tra bene e male presente nella Forza: racconta a Luke (il giovane protagonista) che “per oltre mille generazioni i Cavalieri Jedi sono stati i guardiani della pace e della giustizia della Vecchia Repubblica.” Pochi minuti dopo, egli contrappone alle caratteristiche dei Jedi le azioni di Darth Vader (il nemico per eccellenza): “Ha tradito e ucciso tuo padre . Ora i Jedi sono tutti estinti ma Vader è stato sedotto dal lato oscuro della Forza…”.

 

Essendo il primo episodio centrato soprattutto sull’azione e la delineazione del “mondo” in cui l’intreccio ha luogo, la cosa viene lasciata in sospeso e nulla più ci viene spiegato della “dottrina” della Forza, ma già siamo in grado di contrapporre la natura violenta di Darth Vader al comportamento per lo più passivo e compassionevole di Obi-Wan Kenobi.

 

Un maggior approfondimento delle caratteristiche “spirituali” che sottostanno all’evolversi degli eventi viene fornito nell’Episodio V, allorché, durante l’addestramento di Luke su Dagobah, Yoda, il Maesto Jedi più vecchio e rispettato, afferma: “La possanza di un Jedi scaturisce dalla Forza. Ma attenzione al lato oscuro. La rabbia … la paura … l’aggressività: il lato oscuro della forza sono loro. Scorrono facilmente, velocemente ti accompagnano nella lotta. Una volta che uno si avvia lungo il sentiero oscuro, per sempre esso dominerà il suo destino e lo consumerà, come ha fatto con l’apprendista di Obi-Wan  [cioè Vader]”. Luke poi domanda: “È il lato oscuro più forte?”  e Yoda risponde: “No. .. no … no. Solo più rapido, più facile, più seducente.” Al che, Luke chiede ancora “Ma come faccio a distinguere il lato buono dal cattivo?”  E Yoda spiega: “Lo riconoscerai. Quando sei tranquillo, in pace, passivo. Uno Jedi usa la Forza per conoscenza e difesa, mai per attaccare”.

 

Il concetto verrà poi ripreso sempre da Yoda nell’Episodio I, quando affermerà: “La paura è la via verso il lato oscuro: la paura porta alla rabbia, la rabbia porta al odio, l’odio porta alla sofferenza”.

 

Praticamente, il nucleo della religione “galattica” sviluppata in “Guerre Stellari” sta tutto qui: esiste una grande Forza che domina e unisce tutto l’universo, una forza ambivalente, con un aspetto “di luce” le cui caratteristiche sono umiltà, sacrificio, amore per ogni essere vivente, consonanza con ogni aspetto della natura e un aspetto “oscuro” dato da rabbia, violenza, sopraffazione, desiderio di dominio, orgoglio e volontà di essere potenti e temuti. Gli essere umani devono prendere posizione in un senso o nell’altro ed entrambi gli aspetti hanno i loro “guardiani” e “guerrieri”: i Jedi per il lato “di luce” e i Sith (i nemici della giustizia e della repubblica, come l’imperatore Darth Sidius e i suoi accoliti) per il “lato oscuro”.

 

In fondo è una costruzione abbastanza semplice, quasi banale, se non fosse che nulla nella saga è lasciato al caso e, anzi, pur in una rielaborazione fantastica e ultra-creativa che ha fatto di “Guerre Stellari” una della narrazioni fantascientifiche moderne più amate dal pubblico, ogni elemento messo in gioco da Lucas ha alle spalle un più o meno sottile gioco di rimandi culturali: così è per la contrapposizione tra repubblica e impero, che non solo rimanda alla storia romana ma richiama, nella psicologia collettiva, la contrapposizione tra democrazia e tirannide; così è per i colori prevalenti dei costumi dei protagonisti, sempre freddi per il “cattivi” e sempre caldi per i “buoni”, con anche qualche concessione a facili richiami storici (non è un caso, ad esempio, che gli elmetti di tutti gli “imperiali” siano disegnati esplicitamente copiando quelli nazisti).

 

Ebbene, se ciò accade per pressoché ogni elemento filmico, a maggior ragione deve accadere per quanto riguarda la questione religiosa che, come affermato da Lucas stesso nel corso di alcune interviste, voleva sin dall’inizio essere centrale per invertire la tendenza al disinteresse verso i fattori spirituali che, secondo l’autore-regista, caratterizza il pubblico degli spettatori cinematografici. Quali sono dunque le basi per la costruzione fantastica della “religione Jedi” (o “Jedismo”)? Agli occhi di chiunque si interessi di religioni il dato che emerge più chiaramente è la commistione di più elementi tratti da diversi culti storici.

 

In primo luogo, nella dicotomia tra “lato luminoso” e “lato oscuro” è impossibile non leggere un evidente richiamo al Mazdismo e al Manicheismo, la religione iranica prevalente tra III e VII secolo che tanta influenza ebbe sullo Gnosticismo. La teologia manichea insegna, infatti, una visione dualistica del bene e del male, con una divinità “di luce” (Ahura Mazda, poi Dio) a cui si contrappone una divinità malvagia (Ahriman, poi Satana) e l’umanità, il mondo e l’anima visti come il sottoprodotto della battaglia tra i due. Così l’uomo diventa una sorta di campo di battaglia dal momento che l’anima definisce la persona ma è sotto l’influenza di luce e buio, esattamente come il “cuore dello Jedi” che può facilmente cadere preda del “lato oscuro”.

 

Una visione per molti versi similare si risconta anche nel Taoismo, l’antica filosofia cinese il cui nome viene generalmente tradotto come “la Via”: i due obiettivi principali del Taoismo sono il raggiungimento dell’equilibrio e l’esistere in armonia con la natura (e con tutti gli esseri viventi).

 

Non c’è divinità in quanto tale nel taoismo, che concettualizza la realtà ultima come energia primordiale. Questa energia si esprime in tutto il mondo sotto forma di due forze uguali e opposte, il “yin” o forza passiva femminile, e la “yang” forza attiva maschile che, di per sé non sono né buone né cattive ma che dovrebbero essere in equilibrio in ogni momento.

 

La tensione tra yin e yang crea il “qi”, l’energia o la vita che si trova in tutte le cose, in particolare nelle creature viventi, e la cui manipolazione è alla radice di molte pratiche tradizionali cinesi: secondo la leggenda, la capacità di comandare il flusso del qi porta ad ottenere poteri mistici simili a quelli dei Jedi, come ad esempio la capacità di spostare gli oggetti con la mente. Per molti versi, comunque, il Taoismo è più di una filosofia che una religione, è spesso viene combinato con credenze religiose di altre tradizioni.

 

Un altro importante elemento del “cammino Jedi” è dato da elementi provenienti dal Buddhismo Zen, che  predica il “non attaccamento” e l’abbandono di legami affettivi a persone, luoghi e cose (i Jedi lascino i loro affetti da bambini e proprio l’eccessivo attaccamento alla madre prima e all’amante poi porterà Anakin Skywalker alla perdizione), con l’’obiettivo finale di raggiungere uno stato di compassione disinteressata  e spassionata per tutti gli esseri viventi: come i cavalieri Jedi, i monaci buddisti sono ascetici e celibi e sono noti, almeno nella fantasia popolare, per lo sviluppo di particolare abilità di controllo del corpo e della mente che possono apparire quasi sovrumane. Non bisogna, però, pensare che Guerre Stellari peschi solo in ambito religioso orientale.

 

Il realtà, il concetto di “forza” trova la sua massima espressione nella spiritualità panistica celtica, laddove come fonte ultima di ogni  manifestazione cosmica, come minimo comun denominatore di  ogni  elemento naturale  e dunque come elemento costitutivo e radicale di  ogni istanza successivamente concretizzata nelle varie divinità, i druidi individuavano proprio la “Forza”, intesa come forza vitale e denominata “Oiw”: tutte le manifestazioni della natura, anche quelle più violente, venivano vissute come un’incarnazione dell’energia assoluta che presiede alla creazione e alla distruzione del mondo, in un processo ciclico di nascita e morte che si rinnovava continuamente e da cui derivava anche il concetto celtico della reincarnazione (e della vita ultra-terrena, come quella vissuta da Obi-Wan dopo il duello con Darth Vader), frutto della continua evoluzione dell’Oiw a tutti i livelli. Senza, però, scomodare esempi tanto lontani dalla nostra cultura e dal nostro modo di pensare, è facile vedere come tutta la “mistica Jedi” viva di pesanti prestiti dall’Israelitismo (in particolare Lubavicher) e dal Cristianesimo (in particolare con palesi rimandi alla epopea templare).

 

L’apice in questo senso è dato certamente dall’attesa messianica che pervade il “Gran Consiglio Jedi” e che trova il suo compimento nella speranza (chiaramente espressa nell’Episodio I) che il messia sia rappresentato da Anakin Skywalker, il bambino che sembra accogliere in sé caratteristiche che lo avvicinano direttamente alla figura del Cristo: Anakin ha avuto una nascita miracolosa da una madre senza nessun padre mortale, è annunciato da una profezia che racconta di una prossima venuta del “Prescelto” e porta salvezza alla Forza (e conseguentemente a tutti gli esseri viventi) distruggendo i Sith allorché Darth Vader (cioè la trasformazione di Anakin quando si volge al “lato oscuro”) si ribella a Darth Sidius (e non è casuale che alcuni gruppi fondamentalisti cristiani abbiano duramente attaccato Lucas per questi tratti analogici). Per quanto riguarda il rimando all’epopea templare, infine, è tutta la rigida gerarchia e morale Jedi a costituire un aggancio continuo con essa, a partire dall’essenza stessa del “monaco-guerriero”, povero (i Jedi non possono avere proprietà personali), casto, spirituale, ascetico, meditativo ma, così come richiesto del “De Laude Novae Militiae”, di Bernardo di Chiaravalle (1128), addestrato come il migliore dei combattenti, implacabile verso i nemici (nei confronti dei quali è permesso il “malicidio”) e con un rapporto privilegiato con la propria arma (la spada è simbolo della difesa della Fede per i Templari così come la spada laser, che i Jedi si costruiscono quando vengono nominati cavalieri, è simbolo della loro difesa della Forza).

 

L’elenco degli elementi presi a prestito dalle varie religioni e travasati nello “Jediismo” potrebbe continuare ancora, ad esempio prendendo in esame lo scenario apocalittico che l’intera esalogia disegna, il tema del “mundus senescit” che fa da sfondo alla narrazione  o, persino, nuclei significanti colti dal grande bacino jihadistico. Quanto detto, però, risulta sufficiente per delineare la connotazione della religiosità dipinta nella serie filmica e la ragione della sua presa, culturalmente piuttosto impressionante, sul pubblico.

 

La domanda che dobbiamo porci è come sia possibile che una fede evidentemente fittizia, che mescola allegramente elementi eterogenei provenienti da mondi culturali lontanissimi, possa avere presa sul pubblico fino a portare alla creazione di un nuovo culto.

 

La risposta sta nell’utilizzo di archetipi religiosi che accomunano, come in parte abbiamo avuto modo di vedere, più religioni e che, in qualche modo, trovano il loro fondamento in quella che potremmo definire “religiosità naturale”.

 

Contrapposizione tra bene e male, percezione del legame che unisce indissolubilmente tutti i viventi, tensione soteriologica, rispetto per l’altro, ammirazione più o meno palese per capacità ascetiche che ai più appaiono sovrumane non sono centri tematici specifici di questo o quel culto ma costituiscono, piuttosto, un minimo comun denominatore di ogni spiritualità, sia sotto la lente di un’analisi diacronica che sotto quella di un’analisi sincronica, andando a formare la cosiddetta “Regola Aurea”. Proprio il richiamo ad elementi archetipi profondamente radicati nel nostro subconscio collettivo può spiegare l’immediata consonanza cognitiva che ci porta a riconoscere come “assolutamente vero” il misticismo che fa da sfondo ad una saga fantascientifica come quella di “Star Wars”.

 

L’abilità di Lucas, al di là del riconoscimento di tali elementi, sta nella sua capacità sincretica: seppur ci troviamo di fronte a temi fondamentali trasversali a tutte le religioni o, almeno, a gran parte di esse, l’abilità dell’autore e regista di innestare e omogeneizzare nuclei differenti in un unicum coeso è davvero notevole, soprattutto nella costruzione non solo di un mondo altro, ma anche (e soprattutto per quanto riguarda il nostro discorso) di una mitologemetica altra.

 

Archetipi, sincretismo, mitologia parallela sono, d’altra parte, gli elementi fondativi di quasi tutte le “nuove religioni”, a partire da quelle “New Age” e “Next Age” che hanno imperversato negli anni ‘90 e i cui echi non sono ancora completamente spenti. Non stupisce, dunque, che, così come elementi compositi quali filosofia zen, sciamanesimo andino, cultualità wikka e animisticità primitiva hanno catturato, presentandosi palesemente come costituenti un sistema coeso, migliaia di adepti di ogni livello sociale e culturale, così nuclei semantici ugualmente compositi ma abilmente ridotti ai loro minimi termini per saldarsi tra loro abbiano potuto, forse in forma più criptica, attrarre tante persone già predisposte ad una accettazione ideologica più passiva a causa della fascinazione filmica esercitata da una storia disegnata, a sua volta, con i più classici elementi della narratologia fantastico-magistica di scuola proppiana.

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

K.S. Decker, J.T. Eberl, W. Irwin, Star Wars and Philosophy, Open Court 2005;

  1. Staub, Christian Wisdom of the Jedi Masters, Jossey-Bass 2005;
  2. Todd Vossler, Jedi Manual Basic – Introduction to Jedi Knighthood, Dreamz-Work Productions LLC. 2009;
  3. Wallace, The Jedi Path: A Manual for Students of the Force,  Becker&Mayer Book Producers 2010.
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