KYPROS-KIBRIS: LA MIOPIA DEL PRESENTE

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George Orwell, ormai molti anni fa, ebbe modo di scrivere che “Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato”. Onestamente la speranza è che numerosi leader europei (inclusi alcuni leader italiani), nell’assumere una posizione più o meno apertamente filo-turca nelle recenti emergenze dell’annoso problema cipriota si siano ispirati alla seconda parte dell’assunto e non siano stati mossi, come, per altro, appare più probabile, da una gretta mentalità legata alle convenienze economiche e geo-politiche dell’oggi, ignorando completamente le origini storiche della questione che hanno portato alla situazione attuale.

Se il compito della scienza storica è anche quello di essere memoria capace rimettere le “pedine” degli scenari attuali nella loro giusta prospettiva, vale, forse, la pena di tentare di tracciare un breve quadro retrospettivo degli accadimenti che hanno portato alla situazione odierna. Tale situazione, quasi banale sia nella sua emergenza più cronachistica (in sostanza la Turchia ha espresso, in vari termini, la sua contrarietà verso la possibilità di una presidenza greco-cipriota dell’Unione Europea e, al contempo, rivendica il diritto di escavazione di pozzi petroliferi in acque territoriali evidentemente cipriote), sia nella necessità, da parte dei governi (o di alcuni governi) europei di abbozzare e caldeggiare soluzioni mediatorie e, in definitiva, favorevoli al “baluardo” turco, partner economico e politico privilegiato, piuttosto che supportare la piccola e povera Cipro (indipendentemente dal suo essere membro dell’Unione), ha, infatti, radici così profonde da non poter essere sbrigativamente liquidate relativizzandole al puro dato contingente.

Il che non significa, comunque, che a tale profondità corrisponda, dal punto di vista del diritto internazionale (e si sarebbe quasi tentati di dire della morale internazionale se tale ambito non esulasse dal compito storico), una particolare difficoltà di giudizio. In fin dei conti, infatti il problema di Cipro, semplice nella sua essenza, è stato complicato unicamente dall’intervento straniero e solo per questo è cresciuto fino ad assumere i tratti di una controversia capace di mettere in pericolo la pace nella già ipersensibile regione mediorientale e fino ad occupare le Nazioni Unite e altre sedi internazionali quasi senza sosta negli ultimi trent’anni (senza che, comunque, le procedure esistenti si rivelassero adatte ad affrontare la vertenza in modo efficace e atto a ristabilire pace e ordine in questa piccola isola): sostanzialmente, infatti, tutta la questione cipriota si riduce nel risultato della politica aggressiva turca contro un piccolo Stato e nel fallimento (o della mancata volontà, il che, in ultima analisi, è equivalente) degli organi internazionali di porre rimedio ad una violazione di tutti gli accordi diplomatici da parte di Ankara.

L’invasione turca del luglio – agosto 1974, in seguito al mal concepito e fallimentare colpo di stato anti-Makarios e la successiva occupazione di circa il 37% del territorio dell’isola, che ha provocato lo sfollamento di circa 200.000 greco-ciprioti e la distruzione della prosperità e di gran parte delle prospettive di sviluppo del Paese non può, come vedremo più dettagliatamente, essere definita altrimenti che un puro atto di aggressione e il protrarsi di un assurdo quanto evidente insulto a ogni più basilare regola internazionale da parte di un governo fantoccio nord-cipriota, che attua sistematicamente politiche di pulizia e ricomposizione etnica degne della più pura tradizione stalinista, non è altro che il frutto dell’ignavia degli organi internazionali (così “attivi” in altre situazioni) nell’imporsi sulla Turchia e della loro “politica di accomodamento” che ha portato unicamente all’inutile presenza di truppe straniere all’interno di uno Stato sovrano, una presenza atta, paradossalmente, solo a dare consistenza giuridica a quello che non può essere considerato diversamente da un “semplice” tentativo di annessione (e, ci si domanda, quale sia la differenza tra questo tentativo e quello dell’Iraq sul Kuwait che ha portato alla I Guerra del Golfo?).

Per renderci conto di ciò, tentiamo di procedere sistematicamente.

Geograficamente Cipro è la terza isola del Mediterraneo, con una superficie di 9.251 chilometri quadrati. Si trova nel nord-est del bacino del Mediterraneo orientale, al punto di incontro di tre continenti, Europa, Asia e Africa (cosa questa che indubitabilmente ha avuto notevole importanza sia nello sviluppo dell’isola che nelle sue più recenti vicissitudini). La popolazione globale dell’isola, alla fine del 1992 (ultimo censimento attendibile), era di 718.000 unità, con un 81,7% (filo-greco) formato da greco-ciprioti, maroniti, armeni, latini e altri e un 18,3% (filo-turco) di turco-ciprioti.

Fin dai tempi più antichi Cipro ha avuto una storia movimentata, per lo più risultato proprio della sua posizione geografica.

L’isola è apparsa per la prima volta nella storia della civiltà nel VII millennio a.C., durante il periodo neolitico e ha avuto una storia a sé stante lungo tutto il periodo calcolitico e per gran parte dell’età del bronzo. Verso il termine di quest’ultima, però, nel XIII secolo a.C., i greci micenei giunsero per la prima volta a Cipro come mercanti e emigrati, si stanziarono e introdussero lingua e cultura greche, che si sono, in larga misura, conservate fino ad oggi. Alla fine del IV secolo a.C. Cipro divenne parte del Regno di Alessandro Magno; durante il I secolo a.C. divenne una provincia del grande Impero Romano e tale rimase fino al IV secolo d.C., quando venne inclusa nella parte orientale dell’Impero Romano. Ciò segnò l’inizio del periodo bizantino, che durò fino al XII secolo d.C. quando, durante le Crociate, re Riccardo Cuor di Leone, conquistò l’isola. Ben presto, però, Cipro passò sotto il dominio della famiglia Lusignano, che governò Cipro fino al XV secolo. Nel 1489 Cipro divenne parte della Repubblica di Venezia e nel 1571 fu conquistata dagli Ottomani.

Cipro rimase sotto il dominio ottomano insieme con la Grecia continentale e le altre isole greche per secoli. Tuttavia, dopo l’insurrezione greca e la lotta di liberazione del 1821, le varie parti della Grecia, a poco a poco, raggiunsero l’indipendenza e la questione di Cipro (che aveva partecipato alla guerra d’indipendenza, ad esempio con un gran numero di ciprioti nella battaglia di Atene del 1828) e della sua incorporazione nello stato greco fu sollevata fin dal 1830. Una serie di eventi internazionali, però, rese tale incorporazione impossibile e Cipro rimase sotto il dominio ottomano fino al 1878, anno in cui un accordo turco-britannico legato all’aiuto inglese alla Turchia durante la guerra contro la Russia, portò, in completa violazione dei desideri e gli interessi del popolo cipriota (favorevole all’annessione alla Grecia), l’isola nell’alveo dell’Impero Britannico, al quale venne formalmente annessa allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, venendo poi, nel 1925, dichiarata colonia della Corona britannica.

È importante comprendere che, a questo punto, la Turchia, in forza del Trattato di Losanna del 1923, articolo 16, aveva già rinunciato a qualsiasi pretesa su Cipro e, in forza dell’articolo 27 dello stesso trattato, si era privata dell’esercizio di qualsiasi potere o giurisdizione in materia politica, legislativa, amministrativa sul Paese o sui cittadini di Cipro. Nel momento in cui Cipro venne dichiarato colonia della Corona britannica, inoltre, la popolazione turca dell’isola, formata in prevalenza da discendenti dei membri delle forze di occupazione turca e da espatriati dalla Turchia, venne invitata a scegliere tra il rimpatrio in Turchia o l’insediamento permanente a Cipro con la sottomissione assoluta alle leggi vigenti nello Stato di elezione, cose che, per altro, almeno fino all’aprile 1955, cioè all’inizio della lotta per la liberazione dal dominio britannico da parte dei greco-ciprioti, avvenne senza problemi e con una coabitazione pacifica tra greci e turchi.

Nel 1955, dopo una lotta lunga ma infruttuosa per raggiungere la libertà con mezzi pacifici, il popolo di Cipro prese le armi contro il potere coloniale e il governo britannico, nel tentativo di ostacolare le aspirazioni cipriote all’autodeterminazione, tentò di sfruttare la presenza a Cipro della minoranza turco-cipriota e di ottenere aiuto dalla Turchia per bloccare le formazioni indipendentiste. Dopo qualche esitazione il governo turco accettò l’invito ad intervenire a Cipro, a dispetto dell’impegno solenne preso con il Trattato di Losanna, e una parte della minoranza turco-cipriota divenne lo strumento sia del colonialismo britannico che della nuova tendenza espansionista turca. Il governo britannico, inoltre, cominciò a minacciare che se l’autodeterminazione fosse mai stata ottenuta da Cipro il risultato sarebbe stato la divisione dell’isola dal momento che alla minoranza turco-cipriota sarebbe stato offerto il diritto all’autodeterminazione in forma separata: ciò, ovviamente, fece della divisione dell’isola un obiettivo della politica estera turca e un forte gruppo di turco-ciprioti prese le armi contro i combattenti per la libertà cipriota, mentre la leadership turco-cipriota sosteneva o la partizione o la continuazione del dominio coloniale britannico

A conclusione di una conferenza a Zurigo, l’11 febbraio 1959, Grecia e Turchia raggiunsero un accordo, ratificato il 19 febbraio alla Conferenza di Londra (a cui parteciparono i rappresentanti di Grecia, Turchia, Gran Bretagna e delle due comunità cipriote), per una soluzione definitiva della controversia e Cipro venne proclamato Stato indipendente il 16 agosto 1960.

In realtà l’accordo venne piuttosto imposto al popolo cipriota, i cui rappresentanti, in ogni caso, firmarono il trattato come unica via per ottenere la libertà ed evitare la eventuale partizione forzata dell’isola.

La Costituzione varata in occasione dell’indipendenza divideva, come deciso negli accordi di Zurigo, la popolazione in due comunità distinte sulla base dell’origine etnica, finendo per dare alla minoranza turco-cipriota diritti sproporzionati alle sue dimensioni reali. Così, il presidente doveva essere un greco-cipriota eletto dai greco-ciprioti e il vicepresidente un turco-cipriota eletto dai turco-ciprioti ma al Vice-Presidente veniva concesso diritto di veto finale sulle leggi approvate dalla Camera dei Rappresentanti e sulle decisioni del Consiglio dei Ministri, composto da dieci ministri, tre dei quali dovevano essere i turco-ciprioti (con già evidente sproporzione rispetto al 18% della popolazione di origine turca) scelti dal Vice-Presidente stesso. Alla Camera dei Rappresentanti, i turco-ciprioti venivano eletti separatamente dalla loro comunità ma il vero paradosso sussisteva nel fatto che qualsiasi legge fondamentale potesse essere modificata solo nel caso in cui la modifica venisse approvata da 2/3 dei deputati greci e da 2/3 dei deputati turchi e che qualsiasi modifica della legge elettorale, delle norme relative ai comuni e della legislazione fiscale richiedesse il voto della maggioranza semplice sia della componente greco-cipriota del parlamento, sia di quella turco-cipriota, con voto disgiunto tra le due: così, 8 membri turco-ciprioti della Camera potevano impedire la promulgazione di una legge votata da 35 membri greco-ciprioti e 7 membri turco-ciprioti (cosa che accadde, ad esempio nel caso di un tentativo di modifica della legge fiscale nel 1963).

Un ulteriore paradosso consisteva nel fatto che la Corte Suprema Costituzionale e la Corte di Giustizia, dovessero essere presiedute da non meglio specificati “presidenti neutri”, di fatto pressoché impossibili da reperire e che i greco-ciprioti potessero essere giudicati solo da giudici greco-ciprioti e i turco-ciprioti solo da giudici turco-ciprioti, cosa mai avvenuta prima, nel periodo coloniale, quando ogni giudice poteva giudicare chiunque: in questo modo, nel caso di un reato, anche minimo, che coinvolgesse un greco e un turco, due giudici dovevano essere presenti, con costi processuali che lievitavano in modo assurdo.

Se queste disposizioni erano già di per sé irragionevoli e impraticabili, ancora peggiore era la situazione nei comuni in cui due Consigli distinti etnicamente si contendevano i poteri legislativi e amministrativi in

materia di istruzione, associazioni religiose, culturali, sportive, sulle questioni di beneficenza, cooperative e di credito e sulle domande di status personale. Come se non bastasse, vennero previsti Comuni distinti per greco-ciprioti e turco-ciprioti nelle cinque più grandi città dell’isola: una separazione non solo impraticabile, in quanto le popolazioni e le proprietà in molti luoghi erano mescolate, ma anche eccessivamente onerosa per centri relativamente piccoli come quelli dell’isola. Infine, i turco-ciprioti detenevano il 30% dei posti nella pubblica amministrazione e il 40% dei ruoli nelle forze di polizia e nell’esercito.

Insomma, come risultato degli accordi di Zurigo e Londra, il corretto funzionamento dello Stato era praticamente impossibile su base costituzionale.

La cosa peggiore, comunque, era che, a lato della Costituzione, a Londra erano stati firmati due trattati che costituivano una palese violazione dell’indipendenza della Repubblica di Cipro:

– il “Trattato di Garanzia” tra Cipro da un lato e Grecia, Gran Bretagna e Turchia dall’altra, per cui queste ultime tre potenze avevano

diritto di azione comune o anche unilaterale allo scopo di ristabilire la situazione creata dal Trattato di Londra;

– il “Trattato di Alleanza” tra Cipro, Grecia e Turchia che permetteva lo stazionamento di contingenti greci e turchi sull’isola.

Nell’insieme, dunque, la Repubblica di Cipro nasceva già con una legislazione in diretto conflitto con i principi basilari del diritto internazionale, con i principi della Carta delle Nazioni Unite e con il diritto di ogni Stato alla piena sovranità e indipendenza, tanto che il mediatore delle Nazioni Unite a Cipro, Dr. Galo Plaza, al punto 163 della sua relazione al Segretario Generale dell’ONU nel marzo 1965, descrisse la Costituzione del 1960 come una “stranezza costituzionale” e, al punto 129, affermò che le difficoltà nell’attuazione della trattati firmati sulla base degli accordi di Zurigo e Londra era cominciata quasi immediatamente dopo l’indipendenza.

Nonostante ciò, il popolo di Cipro si sforzò di garantire il corretto funzionamento del nuovo Stato, ma ogni tentativo era destinato al fallimento.

Nel novembre 1963 l’allora Presidente della Repubblica, Arcivescovo Makarios, per rendere attuabile praticamente il dettato costituzionale, suggerì tredici emendamenti alla Costituzione: tali modifiche furono presentate ai leader della minoranza turco-cipriota di Cipro ma, prima che essi avessero la possibilità di esaminarle, il governo turco dichiarò che esse erano inaccettabili, obbligando così la leadership turco-cipriota a seguire il diktat di Ankara.

Il mese successivo il governo turco fomentò una ribellione contro lo Stato da parte del TMT (l’organizzazione terroristica turca di Cipro) e minacciò una invasione dell’isola come contromisura nel caso di attuazione di emendamenti costituzionali.

Il vicepresidente in carica, Dott. Kutchuk, dichiarò pubblicamente che la Repubblica di Cipro aveva cessato di esistere e, insieme con i tre ministri turco-ciprioti, i membri turco-ciprioti della Camera e i dipendenti turco-ciprioti della pubblica amministrazione, si ritirò dal governo.

Con il falso (accertato come tale da tutti gli organi internazionali) pretesto che il governo di Cipro stava per annientare la minoranza turco-cipriota, gli agenti della Turchia a Cipro, controllati da ufficiali turchi provenienti direttamente dalla Turchia, fecero ricorso alla movimentazione forzata di ampi strati della popolazione turco-cipriota, non tanto per la loro protezione, come sostenuto al momento, ma per creare aree compatte turche e realizzare una separazione geografica della minoranza turca dal popolo cipriota. Nel frattempo, il contingente turco di stanza a Cipro secondo il “Trattato di Alleanza”, assisteva i ribelli e spostò la sua caserma nella parte nord di Nicosia, compiendo un atto di occupazione del territorio di Cipro.

Ciò che risulta più scioccante è che il governo turco non facesse nessun tentativo di nascondere il suo appoggio ad una partizione dell’isola e che nessun provvedimento venisse mai preso, a causa del veto della componente governativa turca di Cipro, contro le violenze che il TMT perpetrava già almeno dal 1958 (quando, il 12 giugno, otto civili innocenti e disarmati della componente greco-cipriota del villaggio di Kondemenos vennero uccisi da terroristi provenienti dal vicino villaggio a maggioranza turca di Geunyeli) e che raggiunsero il loro apice nel 1963 con gli scontri del quartiere di Omorphita a Nicosia, invaso e occupato dai turchi che scacciarono tutte le famiglie greche, uccidendo un numero imprecisato di civili, tra i quali donne e bambini.

Nel gennaio 1964, in considerazione della grave situazione derivante dai combattimenti a Cipro, delle minacce di intervento esterno e del movimento forzato della popolazione, il governo britannico convocò una conferenza a Londra per affrontare il problema, ma pochi giorni dopo che la conferenza aveva avuto inizio risultò chiaro che il suo scopo era quello di convincere il governo cipriota di accettare:

  1. a) l’invio di truppe a Cipro da vari Paesi amici e alleati di Gran Bretagna e Turchia con lo scopo dichiarato di mantenere la legge e l’ordine;
  2. b) la costituzione di un comitato intergovernativo per l’invio di contingenti per l’approvvigionamento delle truppe presenti sull’isola.

I rappresentanti di Cipro, comprendendo che l’accettazione della proposta avrebbe significato inevitabilmente l’occupazione “de facto” della Repubblica da parte di truppe straniere e la sostituzione dell’autorità del governo con quella del cosiddetto “comitato intergovernativo” (come richiesto da Ankara), si opposero a tale piano e il governo di Cipro portò la questione davanti alle Nazioni Unite, in un clima di crescente tensione, con aerei militari turchi che sorvolavano continuamente l’isola e con continui sbarchi clandestini di truppe e attrezzature militari turche, che culminarono con il bombardamento assolutamente proditorio di villaggi e città dell’agosto 1964 (con 100 morti tra la popolazione civile).

Nel marzo del 1964, in Consiglio di Sicurezza dell’O.N.U. votò la risoluzione 186 che prevedeva l’invio a Cipro di una “peace-keeping force”, la UNFICYP (originariamente per tre mesi ma è ancora sull’isola) e la nomina (1965) di un mediatore internazionale per risolvere la questione nella persona prima del finlandese Tuomioya e poi dell’equadoregno Galo Plaza.

Nel suo rapporto, Galo Plaza dichiarò che era necessario trovare una soluzione che soddisfacesse i desideri della maggioranza della popolazione, pur assicurando protezione adeguata dei diritti legittimi della minoranza (Doc. S/62555, par. 130): il rapporto venne immediatamente respinto dalla Turchia che propose una soluzione di separazione o di federazione delle due componenti etniche (una federazione era già stata esclusa nel 1956 dal costituzionalista britannico Lord Radcliffe, non sussistendo i presupposti di divisione territoriale tra le due componenti).

Le Nazioni Unite, a questo punto, risultando chiaro che la Turchia rappresentava una minaccia per la sovranità e l’indipendenza di Cipro, approvarono, il 18 dicembre 1965, una risoluzione all’interno della quale si legge:

“L’Assemblea Generale:

– prende atto del fatto che la Repubblica di Cipro, come membro paritario a pieno diritto delle Nazioni Unite, in conformità con la Carta, dovrebbe godere di piena sovranità e indipendenza completa senza alcun intervento o interferenza straniera;

– invita tutti gli Stati, in conformità con i loro obblighi derivanti dalla Carta, in particolare l’articolo 2, commi 1 e 4, a rispettare la sovranità, l’unità, l’indipendenza e l’integrità territoriale della Repubblica di Cipro e ad astenersi da ogni intervento diretto contro di essa;

– raccomanda al Consiglio di Sicurezza la continuazione del lavoro di mediazione delle Nazioni Unite, in conformità con la risoluzione del Consiglio 186 (1964) del 4 marzo 1964”.

Nel giugno 1968, seguendo le raccomandazioni del Segretario generale dell’O.N.U. e nonostante i continui attacchi a civili greci da parte del TMT (in particolare nel 1967, con l’uccisione, tra gli altri, di quattro monaci) e la creazione di una cosiddetta amministrazione turco-cipriota provvisoria istituita al fine di promuovere la partizione (e responsabile della chiusura di alcune aree ai greci), si diede inizio a colloqui tra i greco-ciprioti e i turchi per trovare una soluzione al problema di Cipro, ma, rimanendo l’obiettivo turco quello della partizione dell’isola non si registrarono progressi di alcun genere.

Le reali intenzioni turche vennero, infine, allo scoperto nel febbraio del 1974, quando, dopo una lunga crisi di governo dopo le elezioni generali in autunno, il gabinetto di coalizione turco formato dal Partito Repubblicano del Popolo e dal Partito Nazionale della Salvezza, sotto la guida del Premier Bulent Ecevit, firmò un protocollo in cui si dichiarava che l’unica soluzione accettabile per Cipro sarebbe stata quella federativa.

A seguito di questa dichiarazione ufficiale, che annullava ogni prospettiva di un accordo in conformità ai principi precedentemente accettati, la Turchia incominciò a preparare la macchina bellica per l’invasione dell’isola.

A questo punto fu la Grecia dei colonnelli a fornire ad Ankara il miglior pretesto per dar corpo ai suoi piani, organizzando, il 15 luglio 1974, un colpo di stato filo-greco che diede temporaneamente (per 8 giorni appena) il potere al leader dei terroristi ultranazionalisti greci dell’EOKA-B Nikos Sampson.

Immediatamente la Turchia invase Cipro, ufficialmente come “garante” dell’indipendenza dell’isola, ma con l’unico scopo di annetterne una parte: il 20 luglio 1974 40.000 soldati turchi sbarcarono sull’isola assistiti da copertura aerea e da forze navali, in violazione della Carta delle Nazioni Unite e di tutti i principi che regolano i rapporti internazionali.

Seguì, il 14 agosto, una seconda invasione in violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza O.N.U. che aveva immediatamente chiesto un cessate il fuoco e il ritiro delle truppe d’invasione.

Il risultato dell’attacco fu che circa il 40% del territorio totale della Repubblica di Cipro (una percentuale, per altro, in termini economici molto più significativa di quanto possa apparire, tenendo conto che l’area invasa conteneva circa il 70% del potenziale economico del Paese), passò sotto occupazione militare turca e circa il 40% del totale della popolazione greco-cipriota venne scacciata e costretta a rifugiarsi nella parte greca, con migliaia di civili uccisi o maltrattati e un numero ancora imprecisato di persone scomparse nel nulla.

Nel corso della sua XXIX sessione, nel novembre 1974, l’Assemblea generale dell’ONU adottò all’unanimità la risoluzione 3212, intesa a fornire il quadro per una soluzione del problema cipriota: nella sua disposizione centrale si chiedeva il rispetto della sovranità, dell’indipendenza, dell’integrità territoriale e del non-allineamento della Repubblica di Cipro, il rapido ritiro di tutte le forze armate straniere presenti nella Repubblica, la cessazione di ogni ingerenza straniera e l’adozione di misure urgenti per il ritorno dei rifugiati alle loro case in totale sicurezza. Tale risoluzione dell’Assemblea Generale venne approvata dal Consiglio di Sicurezza con la risoluzione 365 (1974) del 13 dicembre 1974 e, quindi, la sua attuazione fu automaticamente resa obbligatoria per tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, inclusa la Turchia, che, però, si rifiutò (senza alcuna sanzione) di rispettarne le disposizioni.

Il 10 febbraio 1975, il Governo greco-cipriota, nel tentativo di avviare negoziati significativi con la parte turco-cipriota per trovare una soluzione pacifica e praticabile al problema della divisione, inviò proposte alla controparte turco-cipriota sulla base delle risoluzioni delle Nazioni Unite ma la risposta turca fu la dichiarazione del 13 febbraio 1975, nella quale si annunciava l’istituzione dello “Stato federato turco di Cipro” (“TFSC”).

Il Consiglio di Sicurezza con la risoluzione 367 (1975) del 12 marzo 1975, non poté fare altro che rammaricarsi di questa azione unilaterale e raccomandare l’attuazione urgente ed efficace di tutte le parti della risoluzione dell’Assemblea Generale 3212 (XXIX), ma, ancora una volta, nessuna azione di ritorsione venne intrapresa contro Ankara.

Nel perseguimento dei suoi piani di partizione, e in violazione delle Convenzioni di Ginevra del 1949 e dei suoi obblighi internazionali in materia di rispetto dei diritti umani, oltre, ovviamente, che di tutte le risoluzioni O.N.U., la Turchia organizzò, l’8 giugno 1975, in collaborazione con la leadership turco-cipriota, un “referendum” nella parte occupata della Repubblica, dalla quale l’80% della popolazione di etnia greca era stato espulso (rendendo il “referendum” non solo nullo ma anche ridicolo), per l’accettazione di una nuova Costituzione. Le disposizioni di tale “Costituzione” del cosiddetto Stato federato turco di Cipro sono eloquenti: nel suo preambolo si afferma, ad esempio, che “la comunità turco-cipriota costituisce la parte inseparabile della grande nazione turca” e che tutti i membri dell’Assemblea nazionale sono tenuti a “rispettare i principi di Ataturk” (e non i principi della Costituzione di Cipro), che i cittadini ciprioti sono “turchi a tutti gli effetti” e che i ciprioti greci delle enclave contenute nei territori occupati, così come tutte le altre comunità non-turche nel territorio sotto occupazione sono, “alieni” e, come tali, soggetti ad una “legge speciale” (che, di fatto, li priva di ogni diritto politico) e passibili di espropriazione dei beni (cosa che è continuamente avvenuta, con una scandalosa redistribuzione della proprietà greco-ciprioti ai turchi).

Verso la fine di giugno 1975, a seguito del varo della Costituzione, si assistette, conseguentemente, ad una ondata di espulsioni illegali e disumane delle popolazioni indigene greco-cipriote dalla zona occupata, spesso con preavviso di pochissime ore e con il divieto di trasporto di qualunque genere di effetti personali. Tale pratica di sostanziale “pulizia etnica” è proseguita a lungo, nonostante varie risoluzioni contrarie da parte degli organi internazionali, con metodi di pressione diretti e indiretti che hanno incluso divieti di creazione di strutture sanitarie, educative e religiose per i non-turchi e che sono stati bollati come inumani persino in un rapporto del 30 ottobre 1979 del Segretario generale dell’ONU.

La ragione di tale politica turca e turco-cipriota è ovvia: la volontà che palesemente traspare è quella di fare spazio per i turchi che sono stati “importati” come parte dell’attuazione del piano della Turchia di cambiare la struttura demografica della regione occupata, primo passo per l’eventuale annessione. Allo stato attuale, già 80.000 coloni sono stati trasferiti a Cipro dalle province più povere dell’Anatolia e dalle aree costiere del Mar Nero, ma gli analisti internazionali stimano che i piani di Ankara prevedano di giungere a 200.000 coloni entro il 2015, senza che né le pertinenti risoluzioni dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e della Commissione dei Diritti Umani (che ha condannato il governo fantoccio turco-cipriota per gravi violazioni dei diritti umani in una sentenza del 10 luglio 1976), né il ricorsi di Cipro alla Commissione europea dei diritti dell’uomo del Consiglio d’Europa siano mai stati presi in considerazione da Ankara.

Dopo la condanna dell’invasione turca di Cipro del 1975, l’ONU, tramite il suo Segretario generale, tentò di mediare tra le parti ottenendo come risultato la ripresa dei colloqui inter-comunitari ciprioti nella riunione di Vienna del 17-20 febbraio 1976: la parte greco-cipriota fissò come punti chiave di discussione la competenza territoriale e quella costituzionale delle pretese turche presentando, sei settimane dopo, proposte dettagliate su tali aspetti e indicando le aree della regione occupata che avrebbero dovuto essere restituite al legittimo governo di Nicosia, mentre la parte turca, che tentava unicamente di guadagnare tempo per rafforzare la sua presenza sull’isola, a parte introdurre ex-novo, per bocca del suo leader Rauf Denktash, una proposta confederativa, respinse ogni richiesta greca insistendo sulla necessità di accettazione da parte del governo della “nuova realtà” creata con l’invasione e l’espulsione forzata delle popolazioni indigene come base e condizione per i negoziati.

 

A questo punto, il governo cipriota non ebbe altra alternativa che fare di nuovo ricorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la quale, nel novembre 1976, adottò con maggioranza schiacciante una risoluzione che ribadiva pieno sostegno alla sovranità, all’indipendenza, all’integrità territoriale e al non allineamento di Cipro chiedendo la cessazione di ogni ingerenza straniera nei suoi affari e auspicando che il Consiglio di Sicurezza considerasse le misure necessarie per l’attuazione delle precedenti risoluzioni ONU.

 

Le richieste dell’Assemblea Generale di ripresa dei negoziati portarono alla risoluzione 32/15 del 1977, ma di fronte al rifiuto della parte turco-cipriota di onorare l’impegno che aveva formalmente assunto ai colloqui di Vienna di presentare proposte concrete su tutti gli aspetti del problema di Cipro il Segretario generale dell’ONU si rifiutò di convocare un nuovo round di colloqui.

 

Nel frattempo, nel gennaio 1977, il signor Denktash aveva chiesto di incontrare l’ex Presidente della Repubblica, Arcivescovo Makarios, nella sua qualità di leader della comunità turco-cipriota e Makarios aveva accettato tale incontro che si sarebbe dovuto tenere sotto l’egida delle Nazioni Unite: il 27 gennaio 1977 e il 12 febbraio 1977, alla presenza del Segretario Generale delle Nazioni Unite de Cuellar Denktash e Makarios decisero, dunque, per una ripresa dei colloqui a Vienna alla fine di marzo, preceduta da consultazioni di un rappresentante speciale del Segretario generale stesso con le due parti in causa. Durante tali consultazioni furono date assicurazioni da parte turco-cipriota che a Vienna il governo di Famagosta avrebbe significativamente negoziato eventuali proposte greco-cipriote ma, alla riapertura dei colloqui, il rappresentante turco si limitò a rileggere lo stesso documento che il signor Denktash aveva letto nel 1976 e che conteneva solo principi generali senza che alcuna proposta territoriale o alcun commento sulle proposte federali greche venissero avanzate.

 

Dopo l’atteggiamento negativo della parte turco-cipriota, i colloqui rimasero in sospeso per quasi un anno, fino a che, nel gennaio del 1978, il Segretario generale dell’ONU avvio consultazioni con le due parti a Cipro e con Ankara, ottenendo la promessa che la parte turco-cipriota avrebbe presentato a lui personalmente proposte concrete e di merito sia sugli aspetti costituzionali che su quelli territoriali.

 

Le tanto attese proposte arrivarono, dopo un ritardo di tre mesi, nell’aprile 1978, senza, tuttavia, fornire alcuna base per negoziati significativi: dal punto di vista costituzionale le proposte turche erano in contrasto con gli obblighi di presentare proposte per la creazione di uno stato federale prevedendo la partizione con la costituzione di due Stati separati con diritto di firmare trattati distinti con altri Paesi, con ciascuno una propria assemblea legislativa, una banca centrale e una forza di difesa, mentre una possibile assemblea federale, nella quale sarebbero state ugualmente rappresentate entrambe le comunità (nonostante la loro sproporzione numerica), avrebbe avuto poteri molto limitati; per quanto riguarda l’aspetto territoriale le proposte turco non contenevano alcun impegno a rinunciare a qualsiasi area occupata dalle forze turche ma suggerivano unicamente alcune aree da cui le forze di occupazione turca avrebbero potuto ritirarsi (solo poco più dell’1% di tutta l’area dell’isola), mentre ”Varosha”, la nuova città di Famagosta, sarebbe rimasta sotto il controllo turco-cipriota e solo un piccolo numero di proprietari di hotel e di altri imprenditori (non più di 5000) avrebbero avuto il permesso di tornare in una enclave greca della città per gestire i loro affari (più che altro perché i turco-ciprioti potessero utilizzare l’esperienza greco-cipriota nel settore turistico per rilanciare il suo sfruttamento per mano turca).

 

Ovviamente le proposte turche furono respinte dalla parte greco-cipriota e il Segretario generale dell’ONU confermò in un comunicato che il divario tra le due parti era ancora molto ampio. Comunque, come ulteriore contributo agli sforzi di pace, l’allora Presidente della Repubblica di Cipro, Sig. Spyros Kyprianou, propose ugualmente la smilitarizzazione e il disarmo totale dell’isola e la creazione di una forza congiunta greco-cipriota e turca di polizia sotto la direzione e il controllo di una forza di polizia internazionale delle Nazioni Unite. Tale proposta, pur applaudita in tutto il mondo, fu rifiutata totalmente dalla leadership turco-cipriota e il problema di Cipro raggiunse un punto morto chiaramente dovuto all’ intransigenza turca.

 

Dopo una pausa di due anni nei colloqui, Kyprianou e Denktash si riunirono nuovamente sotto la presidenza del Segretario generale dell’ONU il 18 e 19 maggio 1979 e raggiunsero un accordo su un programma in 10 punti che delineava nuove procedure per i negoziati: l’elemento chiave dell’accordo era che la base per i colloqui fosse data dalle linee guida Makarios-Denktash del febbraio 1977 e dalle risoluzioni delle Nazioni Unite. In base allo stesso accordo, le due parti convennero di dare priorità al reinsediamento di Varosha sotto l’egida dell’ONU, con colloqui sul reinsediamento che sarebbero iniziati in contemporanea con le discussioni sui problemi costituzionali e territoriali, senza aspettare un accordo su altri aspetti del problema di Cipro, con la “smilitarizzazione di Cipro” e con la continuazione ad oltranza dei negoziati.

 

Subito dopo i colloqui, però, l’interlocutore turco-cipriota chiese che la parte greco-cipriota accettasse in anticipo l’idea di uno “stato bizonale”, nonostante il fatto che le linee guida avessero previsto un “sistema bicomunitario federale”. In un’intervista al giornale turco-cipriota “Olay” (16.7.79), il signor Denktash diede la sua definizione del termine “bizonale” affermando che “Il significato di bizonale è che io rappresento uno stato che ha come territorio uno dei due Stati federati, sono sovrano su molte cose all’interno di tale territorio e la mia sovranità è assoluta…”. I 10 punti vennero poi nuovamente violati dalla parte turco-cipriota quando il suo negoziatore rifiutò di dare la priorità alla questione Varosha, mentre i colloqui venivano ulteriormente sabotati dall’EVKAF, un trust religioso turco-cipriota, che affermava che la maggior parte delle proprietà greche di Varosha appartenevano originariamente al Pascià durante la dominazione ottomana e dovevano, dunque, essere ereditate dall’EVKAF stesso e su questa base intentò causa contro i legittimi proprietari, ottenendo dalla Corte distrettuale di Famagosta che il rientro greco a Varosha non venisse discusso nei colloqui fino alla risoluzione della questione della proprietà.

 

Nel novembre del 1979, l’Assemblea generale dell’ONU approvò la risoluzione 34/30 esprimendo sostegno per i “10 punti” e chiedendo l’urgente ripresa dei colloqui sotto l’egida del Segretario delle Nazioni Unite ma il lato turco-cipriota rifiutò di ritornare al tavolo dei negoziati e minacciò, invece, di dichiarare uno stato indipendente nella parte dell’isola sotto occupazione. Nel tentativo di sbloccare la situazione il Segretario generale delle Nazioni Unite propose varie “formule” alternative per la ripresa dei colloqui ma solo la concessione per la parte turco-cipriota che qualunque dichiarazione congiunta avrebbe contenuto riferimenti alla “bizonalità” trovò il consenso, il 6 giugno 1980, del governo di Famagosta, consenso, per altro, ritirato già il giorno seguente dal signor Denktash.

 

Il 9 agosto, comunque, sotto la presidenza del rappresentante speciale ONU a Cipro, signor Hugo Gobbi, Ioannides per la parte greco-cipriota e Onan per la comunità turca si incontrarono per discutere nuovamente su punti quali il reinsediamento a Varosha dai suoi abitanti greco-ciprioti sotto l’egida dell’ONU, misure concrete per promuovere la fiducia reciproca e le questioni costituzionali e territoriali. La componente greca, durante questa nuova tornata di colloqui, concentrò le proprie richieste sulla soluzione federale del problema di Cipro e sull’idea di un’articolazione statale divisa in due parti (una amministrata dai greco-ciprioti e l’altra dai turco-ciprioti, accogliendo così il concetto di bizonalità) senza confini tra regioni e con un governo centrale con poteri sufficienti per garantire l’unità dello Stato. La parte turca, a questo punto, dichiarò apertamente, per bocca del professor Soysal, di progettare una “confederazione” di “due Stati indipendenti” (nonostante il fatto che tale concetto andasse contro ogni accordo precedente) e che in questo senso andava inteso il termine “bizonale” e propose per Varosha un’area di reinsediamento piccolissima e senza sbocco sul mare (che, per altro, sarebbe rimasta sotto il controllo turco-cipriota).

 

Ciò portò all’ennesimo blocco dei negoziati, che ripresero solo nell’agosto 1981, quando la parte turco-cipriota presentò quelle che definì proposte globali per la soluzione del problema di Cipro e che comprendevano la restituzione del 2,6% del territorio occupato e il permesso per solo circa 31.000 rifugiati di tornare alle loro case ma che non mostravano sostanziali mutamenti in relazione all’assetto costituzionale. Dopo una nuova sospensione del dialogo, il Segretario generale ONU riprese colloqui esplorativi informali ma apparve ancora una volta chiaro che la leadership turco-cipriota, eseguendo gli ordini della Turchia, avrebbe continuato a mantenere un atteggiamento intransigente, con una situazione aggravata dalle minacce turche di compiere azioni militari contro il Governo di Nicosia con il pretesto che alcuni membri di organizzazioni per la liberazione armena venivano ospitati a Cipro (cosa risultata falsa a seguito di indagini svolte dall’UNFICYP).

 

In considerazione della mancanza di progressi nei colloqui e della minaccia grave per la sicurezza dei greco-ciprioti, il Governo cipriota ritenne di non aver altra scelta se non quella di internazionalizzare la questione di Cipro riproponendo ancora una volta il caso alle Nazioni Unite. Seguì un incontro tra l’allora Presidente Kyprianou e il Segretario generale dell’ONU de Cuellar, a Parigi il 24 aprile 1983 e la convocazione, due settimane dopo, dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che votò con una maggioranza schiacciante una risoluzione molto forte su Cipro (37/253), sponsorizzata anche dal Gruppo di contatto dei Paesi Non Allineati e da 12 altri Paesi. Con tale risoluzione si esigeva il ritiro immediato di tutte le truppe di occupazione dall’isola come base essenziale per una soluzione rapida e reciprocamente accettabile del problema cipriota e si invitavano pressantemente le parti interessate ad astenersi da qualsiasi azione unilaterale che potesse influenzare negativamente le prospettive di una soluzione giusta e duratura e da qualsiasi azione che violasse l’indipendenza, l’unità, la sovranità e l’integrità territoriale di Cipro.

 

La reazione della parte turco-cipriota al verdetto della stragrande maggioranza delle Nazioni del mondo fu, semplicemente, quella di introdurre la lira turca come moneta a corso legale nella zona occupata e di andare avanti con la creazione di una “Banca centrale”, come un ulteriore passo per l’attuazione costante della politica di Ankara di annettere la parte settentrionale dell’isola alla Turchia. A complicare le cose, l'”Assemblea Legislativa” dei territori occupati votò il 17 giugno 1983 a favore di una “risoluzione” per tenere un “referendum” sulla dichiarazione di uno stato separato nella parte settentrionale turca dell’isola. La “risoluzione” in questione affermava, tra l’altro, che “il popolo turco di Cipro ha il diritto esclusivo di autodeterminazione” e che i Turchi avevano “il diritto di amministrare se stessi nel proprio suolo“. La comunità internazionale espresse una forte opposizione a questa mossa ritenendo che sottolineare l’autodeterminazione per comunità etniche o gruppi all’interno dei confini di Stati sovrani indipendenti potesse significare la frammentazione e lo smembramento di un gran numero di Paesi.

 

Seguirono nuovi passi da parte di de Cuellar, che arrivò a proporre al governo cipriota la rinuncia alla sua sovranità su tutto il territorio della Repubblica e il riconoscimento della comunità turco-cipriota come popolo separato e autonomo, proposta che venne accettata, il 30 settembre 1983, dal presidente Kyprianou ma che venne rifiutata esplicitamente da Rauf Denktash, che, però, propose una nuova serie d’incontri. Nel frattempo l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa aveva rifiutato di accettare “deputati” dal regime illegale di Denktash e, come conseguenza, questi aveva chiesto che i due deputati rappresentati di Cipro nell’Assemblea venissero ritirati.

 

Il 14 novembre 1983 il rappresentante ONU Mr. Gobbi tornò a Cipro con nuove proposte di de Cuellar ma il risultato fu che il giorno successivo Denktash proclamò la nascita di uno “stato” separato chiamato “Repubblica turca di Cipro del Nord” (“TRNC”). Mentre la Turchia mostrava finta sorpresa per questa mossa secessionista, per poi immediatamente riconoscere il “nuovo stato” e promettergli assistenza, tutte le altre Nazioni definirono questo atto illecito e non riconobbero la nuova entità politica. I governi di Cipro, Grecia e Gran Bretagna congiuntamente richiesero una sessione di emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che, il 18 novembre 1983, adottò la risoluzione 541/1983 che, tra l’altro, deplorava la dichiarazione della presunta secessione di una parte della Repubblica di Cipro, considerava tale dichiarazione legalmente non valida e chiedeva il suo ritiro, con 13 voti favorevoli (tra cui tutti e cinque i membri permanenti) a uno (il Pakistan) e con un’astensione (Giordania).

 

Anche i vertici del Commonwealth, riuniti nella Conferenza di Nuova Delhi, nel comunicato finale rilasciato il 29 novembre 1983, condannarono la dichiarazione di uno stato secessionista e approvarono pienamente il Consiglio di sicurezza dell’ONU decidendo di istituire uno speciale gruppo di azione di cinque Nazioni (Australia, Guyana, India, Nigeria e Zambia) “per contribuire a garantire la conformità con la risoluzione 541 del Consiglio di sicurezza” e lavorare con le Nazioni Unite per cercare di risolvere la crisi di Cipro.

 

Nonostante il clima negativo creatosi con la dichiarazione del pseudo-stato, il Presidente greco-cipriota Kyprianou presentò, in data 11 gennaio 1984, al Segretario generale delle Nazioni Unite “un quadro per una soluzione globale della questione di Cipro” in piena conformità con le risoluzioni delle Nazioni Unite e che, a detta degli osservatori internazionali, soddisfaceva i prerequisiti essenziali per la sicurezza interna ed esterna dello stato e per lo sviluppo di un sistema federale funzionante e in grado di garantire i diritti umani e le libertà fondamentali di tutti i cittadini di Cipro ma, coerentemente con ogni suo atteggiamento precedente, la parte turca scartò senza riserve la proposta Kyprianou rifiutando perfino di discuterne e dichiarò, il 10 aprile, che si era deciso di tenere un “referendum” nel mese di agosto su una nuova “costituzione” e di procedere con “elezioni generali”, nel mese di novembre. Infine, il 17 aprile, Famagosta annunciò che la Turchia aveva ufficialmente accreditato un “ambasciatore” presso il governo del TRNC e, il giorno seguente, Dentktash arrivò addirittura a negare il diritto da parte del Segretario generale dell’ONU di presentare eventuali proposte per risolvere il problema cipriota e a proporre lo smantellamento della Repubblica di Cipro come precondizione per ogni negoziato.

 

La situazione a Cipro continuò, così, a deteriorarsi, con la Turchia e la leadership turco-cipriota che proseguirono ad agire in costante violazione della risoluzione 541, minacciando ulteriori colpi di mano (come quando, nell’aprile 1984, Denktash, in risposta a un ennesimo appello del Consiglio di sicurezza, affermò di voler colonizzare anche la piccolissima enclave greca di Famagosta in caso di mancato riconoscimento ONU della Repubblica di Nord Cipro), fino a che, l’11 maggio 1984, il Consiglio di sicurezza si vide costretto ad approvare (con 13 voti a favore – ex Unione Sovietica, Francia, Cina, Gran Bretagna, India, Egitto, Perù, Ucraina, Burkina Faso, Paesi Bassi, Malta , Nicaragua e Zimbabwe -, uno contrario – Pakistan- e l’astensione degli Stati Uniti) la risoluzione 550 che “condanna tutte le azioni secessioniste, comprese lo scambio di presunti ambasciatori tra Turchia e lo pseudo-stato nord cipriota, dichiara illegale la sedicente Repubblica turca di Cipro del Nord e invalida e chiede il ritiro immediato delle truppe turche dall’isola, ribadendo l’appello a tutti gli Stati a non riconoscere lo Stato suddetto, istituito da atti secessionisti e li invitandoli a non facilitare o in alcun modo prestare assistenza alla predetta entità secessionista“.

 

In conformità con le disposizioni della risoluzione del Consiglio di Sicurezza 550/1984, il Segretario generale delle Nazioni Unite de Cuellar avviò, comunque, nuove azioni finalizzate alla ripresa dei negoziati e alla rottura della situazione di stallo, incontrando a Vienna, nell’agosto 1984, i rappresentanti delle due parti per illustrare loro una serie di “punti di lavoro” accettati da entrambi i contendenti il 31 Agosto 1984. Conseguentemente, il 10 settembre si diede avvio ad una nuova conferenza a New York il cui primo e secondo round (10-20 settembre e 15-26 ottobre) non diedero, però, alcun esito a causa dell’atteggiamento intransigente della parte turca. Infine, durante il terzo round (26 novembre – 12 dicembre) e durante due incontri al vertice (17 gennaio e 23 febbraio 1985), sembrò che qualche spiraglio si stesse aprendo in relazione alla questione territoriale e al ritiro da Cipro delle truppe straniere ma tutto ripiombò in una situazione di stallo quando il regime di Denktash tenne, il 5 maggio 1985, un “referendum” per l’approvazione di una cosiddetta “nuova costituzione” per il suo pseudo-stato, seguito da cosiddette “elezioni presidenziali” il 9 giugno e da “elezioni generali” il 23 giugno, entrambe senza alcuna validità anche solo per il fatto che circa un terzo del corpo elettorale era costituito da coloni con comprovate istruzioni esplicite di voto provenienti da Ankara.

 

In un clima così avvelenato non stupisce che ulteriori colloqui a Ginevra e Londra tra 1985 e 1986 e una conferenza internazionale patrocinata dal governo russo il 21 gennaio 1986, non abbiano ottenuto alcun risultato sensibile, mentre la parte turca consolidava la sua posizione con l’accelerazione dell’importazione di coloni dell’Anatolia e il Primo Ministro della Turchia, Turgut Ozal, rifiutava una proposta d’incontro dell’ex presidente greco-cipriota Vassiliou, né stupisce il rallentamento delle iniziative delle Nazioni Unite negli anni seguenti, con poche proposte (agosto 1988, gennaio 1989, settembre 1989) tutte sistematicamente rifiutate dal governo fantoccio di Famagosta.

 

Arriviamo così agli anni ’90 in una perdurante situazione di stallo dovuta all’ostruzionismo turco-cipriota, pienamente appoggiato da Ankara e chiaramente denunciato, dopo il fallimento di un nuovo summit a New York tra il 26 febbraio e il 2 marzo 1990, dal Segretario generale dell’ONU, che ha, tra l’altro, denunciato, in quell’occasione, il boicottaggio del dialogo da parte di Rauf Denktash con il suo tentativo di ridefinizione semantica del termine “due comunità”, su cui si era lavorato fino a quel momento, in “due popoli” (ciascuno con un proprio diritto separato all'”auto-determinazione”), in piena e palese violazione di quanto concordato durante i negoziati preventivi, in totale incompatibilità con ogni risoluzione ONU sul problema cipriota e tale da creare un pericoloso precedente relativo ai problemi delle minoranze esistenti in molte parti del mondo.

 

Nel frattempo, anche la Comunità europea ha mantenuto un attivo interesse riguardo al problema di Cipro: il Parlamento europeo, attraverso una risoluzione adottata il 15 marzo 1990 con schiacciante maggioranza, ha condannato le azioni di Denktash per tentare di modificare il mandato del Segretario Generale dell O.N.U. sulla risoluzione della disputa cipriota e ha esortato gli Stati membri a “far sentire la loro voce in opposizione alle mosse Denktash a New York“, mentre il Parlamento europeo ha inoltre invitato il governo turco a “dimostrare buona volontà e spirito di cooperazione al fine di riprendere i negoziati intercomunitari secondo il diritto internazionale e le risoluzioni delle Nazioni Unite in modo da trovare una soluzione accettabile al problema di Cipro“. Evidentemente, viste le posizioni attuali, neppure l’Europa si perita di smentire se stessa.

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