La Grazia di vivere

Se vuoi vivere la vita

stupisciti dell’esistenza in se,

dedicati all’ascolto, alle relazioni

cerca di trovar tempo

per contemplare e sognare.

(Enzo Bianchi)

La Grazia ci colpisce quando siamo in grande dolore e irrequietezza. Ci colpisce quando passiamo attraverso la valle oscura di una vita senza senso e vuota. Ci colpisce quando sentiamo che la nostra separazione è più profonda del solito, perché abbiamo violato un’altra vita, una vita che abbiamo amato o da cui siamo estranei. Ci colpisce quando il nostro disgusto per il nostro essere, la nostra indifferenza, la nostra debolezza, la nostra ostilità, la nostra mancanza di direzione e compostezza sono diventati intollerabili a noi stessi. Ci colpisce quando, anno dopo anno, la perfezione della vita che vorremmo non si palesa, quando le vecchie compulsioni regnano in noi come è avvenuto per decenni, quando la disperazione distrugge tutta la gioia e il coraggio. A volte, in questi momenti, un’ondata di luce irrompe nella nostra oscurità ed è come se una voce ci dicesse: “”Tu, sei accettato. Sei accettato, accettato da quello che è più grande di te e il cui nome non conosci…”

(Paul Tillich)

Loghion 5. Gesù disse, “Sappiate cosa vi sta davanti agli occhi, e quello che vi è nascosto vi sarà rivelato. Perché nulla di quanto è nascosto non sarà rivelato.”

Loghion 77. Gesù disse, “Io sono la luce che è su tutte le cose. Io sono tutto: da me tutto proviene, e in me tutto si compie. Tagliate un ciocco di legno; io sono lì. Sollevate la pietra, e mi troverete.”

(Vangelo di Didimo Thoma)

Cari fratelli,

uno dei concetti più presenti all’interno del corpus teologico delle cosiddette “Religioni del Libro” e, conseguentemente, in tutte le varie Denominazioni e scuole di pensiero in cui tali religioni si ramificano è quello di “Grazia divina”: tutti ne parlano, in un modo o nell’altro e, spesso, con concezioni molto distanti tra loro.

La domanda che, dunque, sorge piuttosto spontanea è su cosa sia questa presunta Grazia divina e su come essa si esplichi all’interno delle nostre esistenze.

Dal punto di vista storico, nella Torah (o Pentateuco che si voglia chiamare) la Grazia è definita come la volontà di salvezza espressa da Dio nei confronti del suo popolo, una volontà che si concretizza nella fedeltà con la quale Dio mantiene e rinnova il Patto di Alleanza che con questo popolo ha stabilito: se nell’Ebraismo questo Patto ha un evidente significato etnocentrico, nella rilettura torahica effettuata del Cristianesimo i confini si allargano all’insieme dei credenti senza distinzione, a cui la possibilità di salvezza viene offerta come puro atto d’amore paterno da un Dio che chiede in cambio quell’atteggiamento, poi così sottolineato nella successiva teologia islamica, che potremmo definire di sottomissione ad una regolistica piuttosto stringente.

Una maggiore enfasi sulla gratuità della Grazia, frutto di un puro innamoramento paternale di Dio verso le sue creature senza alcuna attesa di contropartita è rinvenibile nel Nuovo Testamento ma, poi, con i testi di Saulo di Tarso, la Grazia viene ad assumere il senso preciso di un atto di misericordia di Dio verso l’uomo peccatore, divenendo l’atto con cui Dio rimette il peccato e giustifica l’uomo mediante la crocifissione e la resurrezione di Gesù Cristo, con un rapporto tra Grazia e giudizio che viene a caratterizzarsi come una costante tensione dialettica che, in qualche modo, diventa piuttosto lacerante per il singolo nel momento in cui l’atto di Grazia divina si contrappone al tentativo umano di autogiustificazione “mediante le opere della Legge” e assume il carattere di un puro dono che l’uomo riceve nella fede.

Sulla scia della posizione paolina, miriadi di discussioni sono state aperte in relazione agli effetti che la Grazia divina può produrre nell’anima umana, a partire da definizioni piuttosto condivise ma antitetiche come quelle di “Grazia sufficiente”, cioè conferita da Dio in misura sempre bastevole per l’ottenimento della vita eterna a patto che venga valorizzata dall’anima del singolo al massimo delle sue possibilità, e di “Grazia efficace”, cioè data in misura tale da trascinare necessariamente con sé l’anima portandola infallibilmente al raggiungimento del suo fine. Da qui la nota contrapposizione tra “molinisti”, che fanno dipendere maggiormente l’efficacia della grazia dalla volontà dell’uomo, e bannesiani, che arrivano a dare alla Grazia la forza e l’efficacia di una “predeterminazione fisica”.

Su queste fondamenta, conseguentemente, il problema fondamentale che il concetto di Grazia ha posto al pensiero cristiano è stato quello relativo al rapporto tra Grazia di Dio e libertà umana (più comunemente definita “libero arbitrio”). In linea generale, in questo senso, quanto più radicalmente sono stati pensati i concetti di Grazia e di peccato, tanto più è risaltata l’incapacità umana a ottenere la salvezza e, dunque, l’impotenza del libero arbitrio. Questa è stata la posizione di Agostinod’Ippona, ripresa soprattutto da Lutero e Calvino e poi dal Giansenismo, alla quale si oppongono i tentativi di conciliare in modi diversi grazia e libertà umana espressi dal pelagianesimo, da determinate correnti della Scolastica medievale e, da Arminius che, in contrapposizione a Calvino, per primo ha parlato di “Grazia non irresistibile”.

A questo punto, però, dobbiamo arrivare alla questione che più ci sta a cuore: che cosa può rappresentare la Grazia per noi, Unitariani Universalisti del XXI secolo? Ha ancora senso per noi riferirci ad un concetto che implica, in sostanza, un immanentismo divino per molti versi piuttosto lontano dalle nostre corde spirituali?

Perché, vedete, la nostra spiritualità libera, liberale e adogmatica sembra risultare piuttosto stridente con gran parte delle definizioni codificate di Grazia divina. Certamente e ovviamente, ogni limitazione su base etnica risulta assolutamente inaccettabile e stridente con tutti i nostri Principi, in particolare con il Primo, che ricorda il valore e la dignità intrinseca di OGNI persona, e con il Sesto, che ci indirizza verso l’obiettivo di una comunità GLOBALE: entrambi i Principi non permettono nessun tipo di limitazione, incluse, forse a maggior ragione, limitazioni di origine etnica, nella considerazione della potenziale pariteticità spirituale di qualunque uomo davanti allo Spirito o a Dio. Di fatto, però, tale esclusione di limitazioni, che si sostanzia in una potenziale inclusività omninglobante, non ci permette neppure di assumere l’ottica tradizionalmente cristiana nella definizione di Grazia divina, né per quanto riguarda la visione regolistica veterotestamentaria, in sostanza determinata da una dogmatica rigida che abbiamo rifiutato, tra l’altro sulla scorta del nostro Quarto Principio che c’impone una LIBERA e responsabile ricerca della Verità, né per quanto riguarda la lettura comune a molte Chiese della visione donativa neotestamentaria. Se, infatti, tale Grazia, nel tipico stile paolino di autodenigrazione dell’uomo, è gratuita risposta divina alla intrinseca peccaminosità umana, ciò necessariamente implica:

a) che l’uomo sia originariamente entità caduta che necessita di una salvezza trascendente, in un’ottica che si contrappone radicalmente alla esaltazione della dignità umana e alla negazione del peccato originario tipici dell’Unitarianesimo Universalista;

b) che nella morte di Rabbi Yeshua dobbiamo vedere un sacrificio vicario l cui senso implicherebbe la divinità di Yeshua stesso, in una concezione chiaramente trinitaria che non ci appartiene, o, quantomeno, una sua messianicità “ab initio”, ampiamente superata dall’evoluzione non adorante di gran parte dell’Unitarianesimo cristiano, per non parlare neppure dell’insensatezza di un assunto di questo tipo all’interno della più ampia visione globale unitariana universalista.

Quanto, poi, alla distinzione tra Grazia irresistibile e Grazia resistibile, non ci troviamo in acque molto migliori. Non possiamo neppure lontanamente accettare l’idea calvinista di una pre-scelta divina tra “sommersi” e “salvati” che risulta non solo deresponsabilizzante ma, ancora una volta, contraria ai nostri Principi nel momento in cui definisce distinguo tra una umanità di serie A e una umanità di serie B su basi pregiudiziali, ma, ad una analisi più approfondita, anche una visione di Grazia resistibile, pur più in sintonia con le nostre sensibilità, implica sia una visione immanentistica del Sacro difficilmente digeribile per gran parte di noi e, per certi versi, addirittura sconfinante in un certo magismo, sia, in ogni caso, una sorta di meccanismo retributivo, di “do ut des” molto umano e molto distante persino dall’immagine di un Dio Padre misericordioso che caratterizza il percorso cristiano sia unitariano che vetero-universalista.

Siamo, dunque, di fronte ad una ennesima “grande bugia” della chiesa tradizionale, ad un ennesimo tentativo di controllo religioso attraverso quel classico meccanismo premio-punizione così semplice e accattivante ma, in ultima analisi, così puerile nella sua antropomorfizzazione del sentire divino, che ha caratterizzato gran parte della storia spirituale del mondo occidentale?

Forse … Ma non per questo è necessario buttare il bambino insieme all’acqua sporca!

Personalmente, vedo almeno due modi di salvare il concetto di Grazia all’interno del nostro sentire spirituale e in un quadro di estensione del concetto stesso ad uno spettro il più ampio possibile.

Il primo modo è, per certi versi, “pietistico”, legato più ai sentimenti che ad un quadro puramente razionale. Una delle domande che mi ha sempre affascinato è se gli uomini avessero bisogno di Dio o se Dio avesse bisogno degli uomini. Si tratta di un argomento difficile, complesso, che, magari, affronteremo in un’altra chiacchierata ma, di fatto, se analizziamo davvero l’assunto posto dalla domanda, comprendiamo facilmente che esso presuppone l’assunto dell’esistenza di un piano divino che, in realtà, non è dato immediato, derivante dai nostri sensi. Se ci pensiamo attentamente, oggettivamente, nulla nella esistenza materiale è prova di un piano ulteriore. Nella mia vita ho sentito di tutto a riguardo: da un Dio che si rivela nella bontà di qualche Suo “santo credente” (quasi che chi non crede in Dio debba forzatamente essere malvagio, in una consequenzialità assolutamente falsa fino a prova contraria), a un Dio che si mostra nell’esito “provvidenziale” positivo di qualche evenienza, sebbene qualsiasi mente non viziata da convinzioni pregiudiziali potrebbe vedere nello stesso esito una logicissima catena causa-effetto o, al più, una normalissima casualità, da un Dio che si mostra nella perfetta funzionalità di un qualsiasi organismo vivente, frutto, se vogliamo cercare di usare un minimo di scientificità, di una classica evoluzione adattiva, a un Dio che deve esistere per forza per aver creato splendidi panorami alpini, quasi che “tettonica a zolle” fosse un sinonimo di Divino. In ciascuno di questi piuttosto goffi tentativi di provare l’improvabile ritroviamo lo stesso pregiudizio di esistenza che, in ultima analisi, comporta una tautologia tra elemento da provare e prova stessa. Eppure … eppure, con poche, remotissime eccezioni, nel corso della storia ogni civiltà e ogni consesso umano, in aree geograficamente, fisicamente, culturalmente, socialmente e, conseguentemente psicologicamente distantissime tra loro, ha sviluppato, pur nella miriade di versioni e specificazioni possibili, una concezione della Divinità. Risposte analoghe da parte di esseri biologicamente simili a uguali o paritetici stimoli naturali? Difficilmente potremmo parlare di stimoli paritetici in situazioni socio-culturali e ambientali così disparate ma, per un istante, poniamo che le cose stiano così. Come possiamo, comunque, spiegare il fatto che oggi, all’alba del XXI secolo, in una temperie culturale che è quasi impossibile immaginare più improntata a materialismo, utilitarismo, mercantilismo e nihilismo di quanto sia realmente, milioni di noi, milioni di esseri umani pensanti, che potrebbero semplicemente seguire la corrente e godersi le gioie di questa società sempre meno condizionata da etica e morale e sempre più improntata ed egoismo ed egocentrismo, scientemente, spesso persino a prescindere da retaggi famigliari, tradizioni e indirizzamenti superegoici, decidono di percorrere una strada differente e, indubbiamente, meno immediatamente remunerativa nella loro esistenza perché sentono, percepiscono un piano più alto, a cui, magari, ciascuno darà nome e forma diversa ma che, in ultima analisi, in tutti noi ha in comune l’essere un piano trascendente? Ecco, io credo, anzi, sono fermamente convinto che questo richiamo ad una Trascendenza che sia inveramento della nostra umanità sia, fratelli (e già il fatto di chiamarvi così e non, magari, competitor, ascoltatori, friends o qualche altra cosa così in voga oggi sia indicativo di un livello già molto diverso), la vera Grazia che indistintamente chiama ciascuno e che ci lascia liberi di rispondere con quella libertà personale che di quella medesima Grazia non può che essere parte costitutiva e fondamentale.

Ma, ancora più radicalmente, sono sempre più convinto che la vera Grazia sia persino più intrinseca alla natura dei viventi e sia data da quella piccola accidentale evenienza che, di solito, definiamo vita.

Vivere è, io credo, il massimo grado di quella Grazia, di quel dono trascendente che abbiamo ricevuto e che siamo lasciati liberi di riconoscere come tale. Certo, in un impeto depressivo possiamo non essere così grati per questo regalo, possiamo trovarlo addirittura odioso ma … Ma quella è la nostra parte, quello è quanto sta a noi sistemare, nel nostro quadro cognitivo e percettivo e nulla toglie alla magnificenza, almeno potenziale, del dono che ci è stato dato, alla possibilità di trovare la Grazia ogni giorno, nei piccoli gesti quotidiani, imparando che il tentativo di assumere il giusto atteggiamento mentale è, in primo luogo, una pratica spirituale di amore e riverenza verso la vita e verso quello che Arundhati Roy chiama “il Dio delle piccole cose …”

La vita è pesante, dura, difficile, a tratti dolorosa? Certamente sì ma, riflettiamoci, la vita è il presupposto essenziale di tutto, delle cose negative, sicuramente, ma anche delle gioie, delle speranze, dell’amore, dell’eccitazione, dell’attesa, della forza, della lotta, della soddisfazione, della crescita personale … di tutto … Quante volte diamo la vita per scontata, quante volte rimandiamo il viverla davvero pienamente a “occasioni migliori”, quante volte ne cogliamo solo gli aspetti difficili dimenticando come ogni secondo, ogni battito di ciglia può essere l’inizio di un nuovo mondo, di una nuova avventura, di una nuova gioia? Da chi ci viene questo dono potenzialmente bellissimo? Io, fratelli, non lo so e non mi azzardo a dare un nome a quella fonte neppure nei miei pensieri più reconditi ma, chiunque o qualunque cosa sia colui o ciò che ci ha donato la vita, so che gli dobbiamo una gratitudine infinita per questa Grazia che contiene tutte le Grazie e, allo stesso modo, so che questa gratitudine si può esprimere in un solo modo reale: amando e vivendo ogni istante e amando e vivendo in ogni istante perché questo significa far vivere dentro di noi e amare chi o cosa ci ha donato ogni istante.

Adonai echad,

Amen

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