L’Editto di Torda e l’influenza islamica

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Non nascondiamoci dietro un dito: possiamo essere di mente aperta finché vogliamo, ma quando noi occidentali pensiamo all’Islam non possiamo, normalmente, esimerci dall’impressione di avere a che fare con una religione fondamentalista, intollerante e venata di fanatismo. Indubbiamente si tratta di una impressione fondata sugli sviluppi più recenti della storia musulmana, sviluppi che hanno visto il progressivo prevalere della corrente oltranzista wahabita sul pensiero islamico più moderato.

Ciò, però, non significa che l’intolleranza sia un tratto distintivo e originario dell’Islam e, anzi, al contrario, in alcuni periodi storici tale religione ha rappresentato una sorta di faro di tolleranza religiosa che ha illuminato sviluppi significativi del Cristianesimo europeo. Probabilmente uno degli esempi più significativi in tal senso è dato dalla possibile (per quanto non universalmente accettata) influenza musulmana su quello che può essere considerato il più importante “monumento alla libertà religiosa” in un epoca oscurantista come quella controriformista: l’Editto di Torda. Ma procediamo per gradi e prendiamo le cose alla lontana.

È il luglio 1540 quando il sultano dell’Impero Ottomano Solimano il Magnifico viene a sapere della nascita, avvenuta in quei giorni, di Giovanni Sigismondo, figlio del re d’Ungheria e voivoda di Transilvania Giovanni Zapolya e di sua moglie Isabella Jaggelone: ritiene l’evento così importante da inviare un suo rappresentante personale che stia 24 ore su 24 in un angolo della stanza della regina per vegliare su di lei e sul suo bambino. È una mossa oculata: il re muore appena due settimane dopo la nascita del piccolo e sul letto di morte dà istruzioni a che suo figlio sia chiamato ad ereditare i suoi titoli, in violazione di un precedente accordo che prometteva l’Ungheria, dopo la morte di Giovanni, a Ferdinando, fratello dell’Imperatore Carlo d’Asburgo.

Quando risulta chiaro che la nobiltà locale non ha nessuna intenzione di permettere che l’Ungheria diventi parte dell’Impero asburgico, Ferdinando risponde assediando Buda: la città resiste fino al 1541 e quando sembra che le truppe di Isabella stiano per cedere, Solimano invia un grande esercito che riesce a ricacciare gli assedianti ferdinandei. Di fatto, a questo punto, gli Ottomani hanno il pieno controllo di Buda e di gran parte della bassa Ungheria ma il sultano riconosce alla regina e ai suoi successori il diritto a governare in modo indipendente, pur sotto il protettorato turco, sulla Transilvania, che ben presto, nella sua posizione di stato cuscinetto tra il cattolicissimo Impero asburgico e l’Impero islamico ottomano, si connota come uno dei luoghi più sicuri per lo sviluppo del Protestantesimo in Europa.

Passano gli anni e arriviamo al 1568. Re Giovanni Sigismondo è ormai adulto e, sotto l’influenza del suo cappellano di corte Ferenc David, ha abbracciato il credo unitariano che proclama, in contrapposizione al trinitarismo cattolico, l’assoluta unità di Dio e una visione di Gesù come Maestro ma non come divinità. La cosa non piace per nulla ai Calvinisti che sognavano una Transilvania omogeneamente dedita all’Evangelismo e che, conseguentemente, sollevano continue dispute anti-unitariane.

È a questo punto che Giovanni Sigismondo compie il suo capolavoro di apertura mentale: indice un concilio a Torda e, al termine dei lavori (ampiamente dominati da David e da alcuni esuli unitariani italiani che lo affiancano), emette l’Editto che prende il nome dalla città conciliare. In esso, piuttosto che forzare il suo popolo ad adottare la sua fede, stabilendola come religione nazionale, il re rende legale la pratica di qualunque tradizione religiosa, onora il diritto di ciascuna Congregazioni di scegliere i propri predicatori, stabilisce il diritto dei predicatori di insegnare ciò che ritengono giusto.

Non c’è bisogno di dire quanto una dichiarazione di questo genere fosse dirompente e innovativa in pieno periodo tridentino e non è un caso che gli Unitariani (appartenenti probabilmente alla Denominazione più ecumenica del panorama Cristiano) di tutto il mondo celebrino la data di promulgazione dell’Editto di Torda come momento fondativo della loro stessa esistenza. Fin qui, in breve, la storia su cui tutte le fonti, di qualunque orientamento, concordano.

La domanda, però, che ci si pone è se e quanto sia possibile sviluppare collegamenti tra dominio islamico ottomano (sostanziale se non formale) in Transilvania e clima di tolleranza che porta all’Editto di Torda. Prima di entrare nel vivo dell’analisi è, comunque, necessario fare un paio di precisazioni. In primo luogo, sebbene uno dei massimi storici dell’Unitarianesimo, definisca l’Editto come “il più perfetto principio di tolleranza della storia”, va osservato che, in realtà, il testo legislativo non appare oggi proprio “perfetto”, estendendo la tolleranza solo a quattro Chiese di stato approvate (Unitariani, Calvinisti, Cattolici e Luterani) e non ad altre minoranze cristiane e non cristiane.

Detto questo, è indubbio, comunque, che il principio fondativo del documento risulti di una modernità impressionante e che la “Patente di Tolleranza” resti il primo atto di libertà religiosa articolato dagli europei a livello di governo statale. Ebbene, che tale dichiarazione abbia potuto essere rilasciato dagli Unitariani sotto un dominio politico detenuto da appartenenti alla religione islamica (nella sua versione più aperta) può facilmente essere considerato qualcosa di più di una semplice coincidenza. Ma dobbiamo essere oggettivi e, venendo alla seconda precisazione, ricordare che in nessun modo ci è (e probabilmente mai sarà) possibile trovare testimonianze dirette di relazioni e influenze reciproche tra Islam e Unitarianesimo: mentre tutti concordano circa la presenza di rappresentanti del sultano come “osservatori silenziosi ma non immobili” lungo tutta la storia della Transilvania, è difficile definire quale sia stato il ruolo degli Ottomani nei primi giorni dell’Unitarianesimo europeo sia a causa della deplorevole mancanza di documenti governativi transilvani del periodo in esame, sia per una certa resistenza di molti storici a ritenere che il confine tra Oriente e Occidente fosse più permeabile di quanto si sia voluto vederlo fino a questo momento.

In realtà, è ormai ampiamente riconosciuto che le culture cristiane e musulmane fossero molto più in contatto nel Medioevo di quanto assunto in precedenza (si pensi solo al governatorato di Al Andalus in Spagna tra VIII e XV secolo), ma difficilmente sia in Transilvania che in Turchia qualcuno parlerebbe volentieri di influenze reciproche. In sostanza, dunque, possiamo solo ragionare per ipotesi logico-deduttive e, appunto solo a livello d’ipotesi resteremo osservando la “Proclamazione di Torda” come il frutto di uno scambio creativo tra due culture.

Per far ciò è bene cominciare con il raccontare alcune delle storie esistenti circa l’Editto di Torda. La versione più comune riguarda, come accennato, il modo in cui il brillante predicatore di corte Ferenc David fosse il responsabile ultimo del’Editto. Se tentiamo di andare un po’ più a fondo sulla questione non possiamo fare a meno di riconoscere anche il ruolo tutt’altro che marginale di Giorgio Biandrata, medico di Sigismondo e molto probabilmente membro del consiglio principesco che formalmente fu autore dell’editto: ispirato dal pensiero anti-trinitario di Michele Serveto e con alle spalle le ricche tradizioni dell’umanesimo italiano, Biandrata era, forse più di chiunque altro, interessato allo sviluppo di una Chiesa unitariana istituzionalmente stabile e internazionale. Se, poi, fossi interessati ad una “storia al femminile”, non potremmo dimenticare la presenza della regina Isabella come parte in causa nella storia: erasmiana di lunga data, umanista fin nel profondo, era stata lei che, durante la reggenza per il figlio minorenne aveva promulgato una prima dichiarazione (sebbene più limitata) di tolleranza e, dunque, non sembra essere stata certo aliena dallo “spirito di Torda”.

Insomma, tutto sembra suggerire che l’Edito non fosse solo il risultato del genio personale di David, quanto, piuttosto, il risultato di influenze liberali molto presenti nel clima culturale di corte. Ma tali influenze erano unicamente di matrice europea? A differenza degli studiosi ungaro-transilvani o turchi odierni, un certo numero di storici anglosassoni risultano piuttosto propensi a vedere una influenza ottomana nelle vicende religiose centro-europee. George Huntston Williams, ad esempio, nel suo “The Radical Reform”, riconosce il possibile impatto della preoccupazione ottomana riguardo alla tolleranza religiosa come elemento di un certo peso nello sviluppo dell’Unitarianesimo transilvano, sebbene suggerisca che la politica di tolleranza religiosa fosse semplicemente un mezzo di cinica politica di conservazione e controllo dello status quo.

Naturalmente ciò è, almeno parzialmente, vero: il successo della dominazione ottomana era direttamente collegato alla famosa flessibilità dimostrata dalla Sublime Porta verso usanze locali, che risultava essere dovuta non tanto a mere questioni di strategia militare, quanto ad uno stile politico e culturale proprio del governo di Istanbul. Come ci ricorda la storica del Medioriente Victoria Holbrook: “gli Ottomani risultano essere più unici che rari nella loro capacità di includere e sintetizzare gli elementi culturali dei territori attraverso i quali passavano. Essi erano noti per la creazione di strutture che si conciliavano perfettamente con quelle con cui la gente aveva vissuto prima del loro arrivo e per l’apertura con  cui permettevano che ciascuno scegliesse il proprio sistema di vita e le proprie credenze religiose”.

Insomma, la pratica ottomana della tolleranza sia religiosa che culturale era certamente in parte una questione di opportunità politica legata all’estensione dell’Impero, ma era anche, se non soprattutto, un elemento profondamente radicato nella mentalità ottomana in tutte le questioni giuridiche, culturali e relative alle diverse tradizioni religiose. In quest’ultimo campo, in particolare, qualsiasi monoteista che fosse disposto ad accettare il dominio politico degli Ottomani aveva la garanzia di ricevere protezione e di ottenere il pieno riconoscimento dei propri diritti legali, assumendo lo status di “dhimmi”, cioè di persona tutelata dalla legge: dai non-musulmani ci si aspettava che pagassero una tassa (a dire il vero a volte piuttosto pesante) ma, una volta adempiuto quest’obbligo, lo stato si assumeva nei loro confronti gli stessi livelli di responsabilità che per i non-islamici.

Esistevano, è vero, alcune lievi restrizioni poste alle minoranze religiose allo scopo di contrassegnare i loro appartenenti come socialmente inferiori rispetto ai Musulmani, ma, in effetti, tali restrizioni erano perlopiù ampiamente ignorate. In definitiva, dunque, non pare azzardato affermare che la tolleranza fosse un tratto distintivo della politica ottomana e che fosse anche espressione dell’interpretazione ottomana dell’Islam, nella maggior parte dei casi sorprendentemente liberale, cosmopolita e pluralista. È noto, ad esempio, che gli Ebrei trovarono nell’Impero ottomano un luogo estremamente ospitale, tanto che una diaspora di grandi dimensioni si indirizzò proprio verso il Medioriente mentre  l’antisemitismo cresceva in tutta Europa. Come ben argomenta Baron, anche i Cristiani “non ortodossi” godevano di una simile accoglienza della società ottomana: sappiamo, per esempio, che gli Unitariani pubblicarono alcuni dei loro testi più radicali in Turchia e, abbiamo detto, trovarono poi rifugio nel “protettorato” di Transilvania.

Perché, allora, tanta resistenza a ipotizzare un ruolo del clima culturale turco nella redazione dell’Editto di Torda? Indubbiamente il nazionalismo ungherese ha lasciato i suoi strascichi: in fondo, uno dei risultati politici della Riforma era una identificazione certa del patriottismo ungherese con il Protestantesimo liberale e ciò ha certamente influenzato un certo numero di storici nel voler definire l’Unitarianesimo come un fenomeno etnicamente radicato. Altrettanto indubbiamente, però, un ruolo importante è stato giocato da chi, al contrario, ha voluto esagerare i termini dell’influenza islamica sull’Unitarianesimo. Risibili affermazioni come quelle dello storico calvinista Sándor Unghváry, che sostiene che Ferenc David “citava il Corano con più piacere e frequenza della Bibbia” o del cattolico de la Croze, che vede un rapporto di diretta filiazione tra monoteismo islamico e monoteismo unitariano, non possono che portare ad un irrigidimento delle posizioni.

È una storia vecchia (e già molte volte confutata) che trova la sua origine in quella convinzione, tipica del XVII e XVIII secolo, relativa alla Riforma radicale come primo passo verso la conversione all’Islam, che era già stata propria di Martin Luther e che si era sviluppata nella islamofobia post assedio di Vienna. In sostanza, gli europei temevano che l’interesse culturale e teologica degli Unitariani verso l’Islam avrebbe potuto portare ad alleanze politiche con l’Impero ottomano. In qualche caso avvenne (ad esempio nel caso di Adam Neuser, che da teologo unitariano si trasformò in convinto musulmano), ma si tratta di eccezioni alla regola. Semmai, il processo potrebbe essere meglio letto all’inverso, in una radice teologica comune tra Unitarianesimo ed Islam rinvenibile nel proto-Cristianesimo anti-paolino, ma si tratta, in ogni caso, di ipotesi tutte da verificare.

In tutti i casi, comunque, alla base di queste visioni c’è la paura: la paura della commistione culturale e la “damnatio memoriae” di un contatto che è stato indubbiamente più continuo e fruttifero di quanto non si voglia credere. Un esempio può bastare a dimostrare la reale situazione: esistono considerevoli prove di un numero elevatissimo di matrimoni misti, nell’Ungheria tra XVI e XVII secolo, sia tra turchi e ungheresi che tra membri di diverse Confessioni religiose, tanto che nel tardo XVI secolo risulta come semplicemente comunemente inteso che i figli avrebbero seguire la tradizione del padre e le figlie quelle delle madre.

Spingendoci un po’ più in là nel tempo, poi, Berkes Niyazi, nel suo eccellente studio sul laicismo turco, ha portato un buon numero di esempi di una influenza non unidirezionale tra Islam e Unitarianesimo e, soprattutto, di casi di Unitariani transilvani che, perseguitati sotto il dominio asburgico, hanno trovato rifugio (e, in alcuni casi, prosperità, assumendo anche importanti cariche pubbliche) in terre ottomane. Ma torniamo all’editto di Torda, dando una breve scorsa ad eventi che lo precedono di un paio di decenni.

Il 24 agosto 1548 al rappresentante del pascià di Buda viene richiesto dalle autorità locali cattoliche di Tolna di agire contro il pastore protestante l’ungherese Imre Szigeti. Ebbene, l’intendente capo del pascià di Buda come risponde? Semplicemente comunica alle autorità di Tolna che non solo il pascià ha dato parere negativo alla loro richiesta, ma che ha anche emesso un “editto di tolleranza” in cui si afferma che “ai predicatori della fede inventata da Lutero deve essere consentito di predicare il Vangelo ovunque e a tutti coloro che li vogliono ascoltare, liberamente e senza paura, e che tutti gli ungheresi e slavi devono essere in grado di ascoltare e accogliere la parola di Dio senza alcun pericolo, perché questa è il comandamento della vera fede cristiana”.

Quanta assonanza con le disposizioni sulla tolleranza di Giovanni Sigismondo! Se è vero che la svolta radicale dell’Editto di Torda rispetto ai precedenti editti di tolleranza risiede soprattutto nella sua più unica che rara affermazione di libertà di coscienza (“…perché la fede è un dono di Dio [che] scaturisce dall’ ascoltare la parola di Dio”), questo editto del 1548 stabilisce, già venti anni prima, una correlazione diretta tra vera fede e libero ascolto.

Poteva Ferenc David conoscere questo testo? Non esiste nessuna prova diretta testuale di ciò, ma forse abbiamo una possibile connessione indiretta: come David (e nello stesso periodo), Imre Szigeti era stato uno studente ungherese a Wittenberg ed è proprio da una lettera scritta da Szigeti che veniamo a conoscenza dell’Editto del Pascià. E questa lettera è scritta a Mattia Flacio, un uomo noto anche a David.  Inoltre, l’azione del pascià potrebbe essere servita da modello per altre azioni analoghe. Sappiamo, ad esempio, che nel 1574, nella Bassa Ungheria, due predicatori difensori della causa unitariana furono perseguitati per eresia da parte delle autorità locali e uno di loro, George Alvinczi fu messo a morte su ordine di un vescovo calvinista: quando alcuni unitariani influenti si rivolsero al pascià di Buda per chiedere giustizia, questi dichiarò l’esecuzione disumana e ordinò che il vescovo e i suoi due giudici venissero messi a morte (cosa che poi non avvenne per intercessione di un predicatore unitariano di Pécs).

Al di là dei casi specifici, quello che conta è il clima, l’influenza del sistema legale ottomano sullo sviluppo della Riforma. Non dobbiamo dimenticare che nel periodo tra 1550 e 1570 i Protestanti in terra ungherese, mentre erano direttamente o indirettamente governati dagli Ottomani, riuscirono a tenere il loro dibattiti dottrinali, riuscirono ad opporsi ai Cattolici e riuscirono a trionfare nelle loro istanze. Ciò che comincia gradualmente ad emergere è il ritratto di due culture impegnate nello sviluppo di un’attenzione reciproca, di modelli circolari di influenza. Forse, allora, le basi dell’Editto di Torda non si sono sviluppate solo nella mente di Ferenc David, non solo nell’Europa influenzata dall’Umanesimo, ma anche attraverso il clima creato dalla cultura politica e giuridica dell’Impero Ottomano, con i suoi principi di tolleranza religiosa ben presenti nella vita quotidiana di tutti. Certo, molto c’è ancora da indagare in questo senso, ma è importante che ci ricordiamo anche di questi eventi prima di confondere Wahabismo e Islam e giudicare senza appello.

 

Riferimenti bibliografici:

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