Nicea

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Parlare di Nicea significa parlare di Costantino il Grande.

Tralasciamo per il momento le imprese militari di Costantino, sottolineando solo che egli divenne in breve tempo l’unico e solo governatore dell’impero, avendo sconfitto in battaglia il co-regnante Licinio e grzie ad una accortezza militare e ad una ferocia che ha pochi precedenti, ed analizziamo le problematiche teologiche che saranno le questioni più spinose che affliggeranno l’impero.

La supposta visione mistica di Costantino (ma sarebbe il caso di ricordare che il XI RHO che innalzò in qull’occasione er solo il simbolo del Sol Invictus) e la vittoria sul ponte Miglio, avevano ormai convinto il grande imperatore che l’unica e sola religione ad avere un forte elemento di coesione sociale era quella cattolica. Non che egli perseguitasse il paganesimo, Costantino sotto l’aspetto religioso era molto tollerante, ma si era ormai profondamente convinto che l’impero doveva abbracciare la religione cattolica.

Da quando però aveva reso il Cristianesimo libero di essere professato (divenne Religione di Stato nel Concilio di Tessalonica del 380 grazie a Teodosio) le dispute si erano fatte molto aspre e soprattutto minavano la sicurezza all’interno dell’impero che era già sulla via della distruzione.

Costantino, nel frattempo, cominciava lentamente ad adeguare il suo regno alla religione che professava (per esempio emise un decreto secondo il quale la domenica, “il venerabile giorno del sole” diventava giorno di riposo, ed emanò numerose leggi che favorivano il clero) e l’insidia per Costantino poteva nascere dalla divisione del suo più prezioso alleato.

In particolare Ario, un presbitero e teologo egiziano aveva iniziato a porsi una serie di domande che minavano profondamente le radici stesse del cristianesimo. In parole molto semplici Ario affermava che essendo Dio unico, eterno e indivisibile, ne derivava che Gesù (il presunto Figlio di Dio) non poteva essere considerato come il Padre (perchè la natura divina è unica). Essendo un figlio non poteva esistere nell’eternità (mentre la natura divina è eterna), ma doveva essere stato creato e non generato (perchè la natura divina è indivisibile) cosicché fra Padre e Figlio non sussisterebbe un legame di natura, ma di creazione.

Costantino non era indifferente a simili problematiche, anzi, godeva per tali sottigliezze teologiche, per cui il problema posto da Ario, era per il Grande imperatore tutt’altro che marginale, perché rischiava di mettere a repentaglio la coesione e la forza degli alleati che si era scelto

Ario se ne andava in giro sostenendo le sue teorie, le quali cominciavano a fare proselitismo, sino al punto che Alessandro, potente vescovo di Alessandria, non iniziò a ritenerle pericolose, sia per l’unità dei cattolici, sia soprattutto perché erano eretiche e le condannò nel Sinodo di Alessandria del 321. Ario non fece una piega e

Alessandro chiese allora a Costantino di intervenire e di mettere un punto fisso sulla faccenda, nel senso di “mettere un bavaglio” sulla bocca di Ario affinchè la smettesse di andare a predicare teorie che deviavano i cattolici dall’ortodossia religiosa.

Costantino molto probabilmente non sarebbe intervenuto se non si fosse accorto che Ario non era il solo a predicare quelle teorie, ma le stesse raccoglievano molti favori, tra cui quello di Eusebio di Nicomedia, personaggio molto influente nell’ambiente cattolico.

Per tale ragione Costantino decise di convocare un grande concilio che si sarebbe tenuto a Nicea e invitò a sue spese (ciaggio compreso) 1800 “vescovi” di tutto il mondo conosciuto. Il concilio di Nicea doveva essere un avvenimento di grandissima importanza ma parteciparono solo 318 ecclesiastici e chiaramente la disputa teologica, non era molto appassionante per il mondo occidentale, tant’è che papa Silvestro inviò al concilio due soli rappresentanti.

Il personaggio più importante di tutto il concilio era naturalmente Costantino, che splendeva come stella di prima grandezza. Norwich lo descrive in questo modo:”Costantino entrò nella sala come un angelo disceso dal cielo, avvolto in un manto di luce radiosa, che rifletteva il fulgore della veste di porpora intessuta di ori e pietre preziose. Gli fu portato un seggio d’oro cesellato, ma l’imperatore attese a sedersi che i vescovi gli facessero cenno. Dopo di lui prese posto tutta l’assemblea”.Quello che lo storico americano dimentica di dire è che con Costantino entrò anche la guardia imperiale con le spade sguainate (e che tali spade rimasero sguainate per tutto il Concilio, a monito del fatto che i vescovi dovevano prendere una decisione unanime o sarebbe stato peggio per loro)

Ad Ario è concesso di parlare,ma il suo atteggiamento ai limiti dell’ arroganza indispone tutti,tanto che ad un certo punto scoppia un diverbio feroce tra Nicola di Mira e Ario.Il futuro San Nicola arriva a prendere a ceffoni il vescovo ribelle,e la seduta diventa una bolgia.Sedati i tumulti,si passa alla consultazione dei vescovi,che a stragrande maggioranza, spinti in particolare da Osio e Atanasio, oltre che dalle famose spade sguainate della guardia di un imperatore che, per bloccare al più presto i lavori, prende chiaramente posizione contro Ario, decidono di condannare la dottrina Ariana.

Purtroppo non esistono documenti ufficiali di questo concilio ma da testi posteriori possiamo comprendere che, dopo estenuanti discussioni, anche i più restii aderirono al cosiddetto Credo Niceno, dove, a proposito della natura di Cristo, si ribadiva il termine homooùsion (consustanziale, cioè della stessa sostanza del Padre e generato, e non creato, che è esattamente quello che si recita oggi nel Credo della messa).

L’arianesimo, condannato, con Ario  mandato in esilio e i suoi libri bruciati, in realtà non si spense affatto e ricomparve qualche anno più tardi, riabilitato, quando – secondo alcune fonti – riuscì a convincere anche Costantino stesso (che, se mai si fece realmente battezzare sul letto di morte, cosa assai dubbia visto il suo forte culto del Sol Invictus, lo fece per mano di Eusebio di Nicomedia, suo amico e certamente ariano).

Molto si discute soprattutto sul ruolo avuto dall’Imperatore durante il Concilio. Quel che sappiamo è che egli – guerriero, pagano, e assassino – diresse personalmente i lavori e programmò tutto il concilio in modo da esserne il protagonista esclusivo, riservandosi il ruolo di presidente e di moderatore dei lavori (e di avere sempre l’ultima parola).

Stupisce pensare che da un tale consesso scaturì la risoluzione di una questione teologica tra le più importanti per la storia del Cristianesimo. Così importante che la formula che ne sortì è contenuta nel Symbolum, cioè il Credo fondante del Cattolicesimo, che, rispatto al precedente Credo Apostolico ha una sottile differenza:

Il Credo originale recita così: Credo in Deum Patrem omnipotentem creatorem coeli et terrae. Et in Iesum Christum Filium eius unicum, Dominum nostrum, qui conceptus est De Spiritu sancto natus ex Maria Virgine. (Io credo in Dio, Padre Onnipotente, creatore del cielo e della terra. E in Gesù Cristo, suo unico figlio, nostro Signore, il quale fu concepito per Opera dello Spirito Santo, nacque da Maria Vergine).

Qui, dunque, Gesù Cristo è “soltanto” il figlio di Dio.

Nella elaborazione post-concilio di Nicea, il Credo diventa:   ” Credo in un solo Dio, Padre Onnipotente creatore del Cielo e della Terra e di tutte le cose visibili e invisibili. Credo in Gesù Cristo, suo unico Figlio, generato, non creato, della stessa sostanza del Padre “..

Come si vede, una differenza piccola ma  non da poco: qui, il Figlio è “generato e non creato, ed è della stessa sostanza del Padre “.  Padre e Figlio, cioè sono LA STESSA COSA: è la CONSUSTANZIALITA’.

Da dove derivasse tale scelta non è dato saperlo.

Fu anche decisa la condotta da assumersi per la riammissione dei cosiddetti “lapsi”, quelli che per paura ai tempi delle persecuzioni avevano tradito la fede, e per il battesimo degli eretici che si convertivano alla vera fede.

Seguivano parecchi “canoni”, cioè “regole” pratiche, tra cui la proibizione dell’automutilazione sessuale – figlia di qualche follìa sessuofobica del tempo – e soprattutto il riconoscimento della “preminenza” del vescovo di Roma, seguito da quelli di Alessandria e Gerusalemme.

Il Concilio si concluse solennemente il 25 luglio del 235, giorno del ventesimo anniversario dell’imperatore Costantino, che nella orazione finale ribadì la proibizione delle dispute cristologiche, approvò la datazione da allora definitiva della Pasqua cristiana, distinta da quella ebraica e proclamò trionfante la raggiunta nuova unità reale di tutta la Chiesa. Da Roma Silvestro, informato, in seguito approvò…  Strano Concilio questo, in cui un Imperatore decide per un Papa …

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