Presentazione di “DESTINATARIO SCONOSCIUTO – LETTERE DI DISINCANTO E SPERANZA” alla CUI

Cari amici,

preparandomi a dirvi qualche parola sul mio ultimo libro, mi sono reso conto che riassumerne il contenuto è tutt’altro che facile.

Proverò, allora, a lavorare per negazione, cominciando a dirvi cosa si potrebbe aspettare che questo libro fosse e, invece, non è.

In primo luogo, non è un libro teologico: in questo libro non troverete commenti a questa o quella frase di questo o quel presunto “testo sacro”, né disquisizioni specialistiche sull’interpretazione di un comando, sulle contese ereticali o cose di questo genere. Non perché non siano, comunque, questioni che, personalmente, ritengo piuttosto affascinanti ma, semplicemente, perché non credo che sia il tempo per bizantinismi ma che sia, piuttosto, un tempo per la concretezza, per affrontare questioni pratiche, legate ad una vita quotidiana che si fa ogni giorno più complessa e che rischia di mettere in ombra alcune linee di fondo apparentemente ovvie ma che questa ovvietà stanno apparentemente perdendo.

Poi, non è un libro storico: se la storia è maestra di vita (e già su questo concetto potremmo aprire infiniti dibattiti) … beh, forse, ad un certo punto questa vita dobbiamo anche smettere di impararla dalla storia e provare a viverla veramente per apprendere dalla pratica, dal quotidiano, senza belle teorie e costrutti a posteriori ma con tutto quello che la realtà ci può insegnare di caotico, frammentato e a volte logicamente un po’ assurdo.

Non è, infine, un libro scritto da un ministro alla sua comunità, una bella lettera pastorale piena di esortazioni, spiegazioni e, magari , ammaestramenti morali. Lo so che i manuali di retorica e di marketing spiegano come per vendere un libro dovrei usare qualche bella “captatio benevolentiae” ma … proprio non sono il tipo e, quindi, molto onestamente vi confesso che questo libro, a differenza di altri precedenti, non l’ho scritto per voi ma solo per me, perché io ne avevo bisogno.

E, per spiegare questo punto, forse devo cominciare a dirvi qualcosa su cosa questo libro è e su come è nato.

Vedete, quando, in un determinato momento della tua vita ti parte la scheggia di follia di voler diventare un consacrato, più o meno un prete, sei pieno di buoni propositi, di migliaia di idee …. In qualche modo, diventi portatore non sano di utopia e di questa utopia vorresti contagiare chiunque, preso come sei nella tua sindrome di “salviamo il mondo” … E, sinceramente, credo anche che sia un bene che le cose stiano così, sia perché, come ho avuto spesso modo di dire, forse anche l’utopia ha bisogno dei suoi adepti perché non ci pieghiamo supinamente al reale più uniformato, sia  perché l’altro motore che può portare alla consacrazione è il “fuggiamo dal mondo” che, in tutta onestà, può magari portare ad un “santo monachesimo” ma rimane, dal mio punto di vista, un po’ sterile.

Sì ma … Il problema è che un consacrato continua a vivere nel mondo, soprattutto se è un pastore unitariano in Italia, cioè uno che con la sua consacrazione non ci mangia neppure “pane e cipolle” in stile trappista e se non si trova anche un altro mestiere, non sopravvive. E “vivere nel mondo” significa qualcosa di molto importante da capire e di molto difficile da digerire, soprattutto se, come il sottoscritto, si ha costantemente a che fare con le cosiddette “nuove generazioni”, quelle che, già domani, avranno in mano il futuro di tutti noi: significa capire che  il mondo non si cambia in una settimana, che quello che appare così stupendamente logico ed evidente a te non necessariamente è logico ed evidente per gli altri, che tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo non solo il mare ma, soprattutto, il “cui prodest” di molti e, insomma, che anche con la migliore buona volontà questo è un mondo che definire “il migliore dei mondi possibili” è un po’ azzardato, per non dire decisamente stupido.

E, allora, a volte il disincanto che nasce dall’osservazione del reale può diventare molto pericoloso perché il passaggio dal disincanto alla “disperazione”, intesa come “incapacità di sperare”, è davvero millimetrico e un pastore (ma anche un insegnante) che smetta di sperare, questo sì, può tranquillamente dedicarsi alla coltivazione di asparagi che è meglio, perché un “agente di speranza” che non abbia speranza o diventa l’uomo più ipocrita del mondo o risulta semplicemente un fallito …. magari anche con qualche successo e qualche plauso …. ma pur sempre un fallito.

E dunque? Che fare? Far finta che tutto vada bene e diventare un giullare di corte con il preciso compito di stampare un sorriso perenne sul volto di chi lo ascolta? No, proprio no: di giullari di corte ce ne sono più  che a sufficienza nel mondo e, soprattutto, come ha ben specificato Roberto nella sua introduzione al libro, per la quale lo ringrazio, è ora di scrollarci di dosso questa etichetta degli UU come “ottimisti ad ogni costo”. Sinceramente poche cose mi fanno così incazzare come sentire la … diciamo “simpatica”… battuta che gli UU sono sempre positivi perché gli Unitariani pensano che gli uomini siano troppo buoni per commettere il male e gli Universalisti pensano che Dio sia troppo buono per giudicarli: tanto varrebbe dire che siamo un branco di autistici distaccati dalla realtà e immersi in un sogno d’oppio senza fine. Beh, anche se ammetto che non potrei negare di aver trovato, qua e là, qualche esempio di UU non proprio lontani da questo stereotipo (ma mi riferisco a pochi esemplari all’estero), nella stragrande maggioranza dei casi le cose non stanno per nulla così e mi pare che, normalmente, gli UU sappiano benissimo  dove stanno e cosa accade intorno a loro.

Mi ricordo un tempo, ormai molto lontano, in cui un istruttore militare, prima di un esercizio un po’ complicato e piuttosto rischioso, mi chiese se avevo paura. Da ragazzino che vuole fare il figo, naturalmente risposi di no e, immediatamente, ricevetti una grande lezione quando l’istruttore ribattè (riporto in forma un po’ edulcorata): “Io ne avrei. Non aver paura significa essere degli idioti. Essere coraggioso significa aver paura di fare qualcosa ma farla lo stesso se è giusto farla“. Ecco, io direi che questa stessa frase si adatta a moltissime circostanze della vita nel nostro rapporto con la realtà e, allora, di fronte allo spettro del disincanto, ho provato ad “essere coraggioso”, tentando di dedicarmi ad un esercizio di analisi  che mi sento di suggerire a chiunque (il fatto, poi, che io sia un grafomane e lo abbia fatto per iscritto è solo un mio problema personale …): pensare alle cinque o sei cose che più si odiano al mondo, analizzare a fondo, minuziosamente, perché le si odia e cercare, alla fine, di capire se è possibile, logicamente o spiritualmente, nutrire qualche speranza sul fatto che queste cose possano sparire, cambiare o almeno migliorare.

Per me, nello specifico, queste cose sono state:

1) la sempre più scarsa capacità critica che mi sembra di notare nei giovani e, più in generale, nella società civile, con la sua poca voglia di capire in profondità e meditare, con l’affastellarsi di dati raccolti più o meno a caso nella nuova era informatica, dati guardati solo superficialmente senza pensare alle conseguenze, a quello che c’è dietro, alle cause ultime perché “non c’è tempo” per farlo;

2) l’ingiustizia sociale ed economica che diventa sempre più evidente, sempre più folle, sempre più un meccanismo che mangia se stesso insieme alle vite di troppe persone, insieme alla loro dignità, insieme alla loro grandezza che è la grandezza di ogni essere umano o, almeno, dovrebbe esserlo;

3) il meccanismo “premio – punizione” che fa di qualsiasi azione solo uno strumento verso l’ottenimento o meno di  un beneficio, che spoglia qualsiasi atto dell’essere “buono” o “cattivo” in sé, che situazionalizza e relativizza ogni cosa e che troppo spesso viene utilizzato anche in ottica religiosa;

4) la fede “da salotto”, la fede ereditata dai padri, mai messa in discussione, vissuta come una scritta su una maglietta quasi nuova perché mai indossata ma tenuta nell’armadio per farla vedere agli amici senza sciuparla, la fede non vissuta, non sgualcita da mille dubbi, mai sporcata dall’azione concreta, incupita da un “non ci si può far nulla” che è la bugia più pericolosa che possiamo dire a noi stessi;

5) infine, il nazionalismo, il campanilismo, il populismo dei gruppi chiusi, dei muri, del “noi contro gli altri”, della “normalità” esibita come un trofeo e difesa come un sacro dogma, del “o sei con noi o sei contro di noi”, i cui effetti devastanti vediamo sempre più spesso e sempre più vicino a noi.

Avrei potuto trovarne altre? Probabilmente sì e chiunque di noi potrebbe indicarne forse venti nuove. Però, devo dirvi che questo esercizio di analisi, di comprensione, di ricerca è stato davvero importante per me (e credo possa davvero esserlo per chiunque): mi ha portato a scoprire elementi di speranza spesso apparentemente paradossali, spesso proprio in quelle stesse categorie che mi sembravano più colpevoli, più disattente. Soprattutto, mi ha aiutato a sconfiggere, almeno momentaneamente, i grande nemico, il nemico che attanaglia tutti noi e che, in fondo, è la causa ultima di molti dei mali che ci affliggono: la paura del futuro.

Come? Beh, se vi dico tutto, poi questo libro nessuno lo comprerà, quindi meglio che termini qui.

Forse, però, vi chiederete perché fare di un esercizio personale un testo. Per il brivido di vedere il mio nome su una copertina? Mah, vi dirò, al diciannovesimo libro pubblicato questo gran brivido non è che ci sia tanto e, nel caso, a caccia di adrenalina mi sarebbe costata meno fatica una corsa sull’ottovolante. Per sviluppare un saggio sociologico? Non sono convinto che molti sociologi sarebbero così soddisfatti se definissi questo libro un saggio sociologico e non, piuttosto, una serie di opinioni personali suffragate da qualche dato oggettivo. Forse, allora, è  perché, come vi dicevo, credo che certi esercizi di analisi e ricerca attiva della speranza possano essere utili per tutti e queste pagine, forse, possono essere un discreto esempio sulle modalità in cui l’esercizio può essere svolto. Prendetelo così e se vi può essere utile, bene, altrimenti avrete almeno raggiunto tre scopi:

1) avrete esercitato la vostra pazienza nelle lunghe attese che Lulu impone;

2) vi sarete procurati un buon rialzo in caso di tavoli traballanti (per vostra conoscenza il dorso è alto circa 1,5 cm);

3) avrete dato un po’ di soldi ai terremotati, a cui tutti i proventi netti sono destinati.

Buona lettura,

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