Resurrezione (Sermone per la Pasqua 2017)

La locanda.
E’ come una locanda l’essere umano.
Ogni mattina, qualcuno che arriva.

Gioia, tristezza, squallore,
rapidi e fuggevoli si presentano alla coscienza,
visitatori inattesi.

Accoglili di buon grado!
Anche se una folla di afflizioni
irrompe impetuosa nella tua casa
spazzando via ogni arredo,

onora ogni ospite.
Forse ti sta ripulendo
per prepararti a un piacere nuovo.

Pensieri cupi, vergogna, risentimenti:
apri loro la tua porta ridendo,
invitali a entrare.

Ringrazia chiunque si presenti,
perché è una guida
che ti è stata mandata dall’al di là.

(Jalal ad-Din Rumi. Diwan)

 

Con la fede per affrontare le nostre sfide,

con l’amore che scaccia la paura,

con la speranza  che ci infonde fiducia  nel domani,

noi accettiamo questo giorno per il dono che è:

qualcosa di cui essere grati

(Rev. Gary Kowalski, Congregazione UU di New York)

. [1] Dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l’altra Maria andarono a visitare la tomba. [2] Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. [3] Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. [4] Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte. [5] L’angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. [6] Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. [7] Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto».

(Vangelo di Matteo, 28: 1-7)

 

Cari fratelli,

eccoci ancora qui, a celebrare come ogni anno la Pasqua insieme. E, come ogni anno, forse qualcuno di noi sta chiedendosi, come me, che cosa c’entra la Pasqua con noi.

Perché, diciamocelo francamente, a prima vista non sembra che per noi questa festa abbia un gran senso: in fondo, nella tradizione trinitaria condivisa dal 95% dei cristiani, la Pasqua è memoria della resurrezione di un uomo che è anche Dio e solo in quanto Dio può sconfiggere il dato più radicalmente umano che, in un impeto estremo di reale democrazia, finalmente ci accomuna tutti, qualunque sia il nostro colore, la nostra ideologia, il nostro ceto sociale o il nostro orientamento sessuale, cioè la morte.

Ora, il problema esiste davvero: se solo un Dio può vincere la morte e per noi, su basi che si fondano su questioni filologiche, razionali e persino teologiche che non è qui il caso di ripetere nuovamente, Rabbi Yeshua o, se preferite, Gesù di Nazareth era solo un uomo, uomo eccezionale e Maestro finché vogliamo, ma pur sempre uomo, allora, per logica conseguenza, oggi siamo qui a celebrare una finzione, un errore, un dogma nato da una falsa interpretazione. Insomma, siamo qui a prenderci in giro o, magari, anche peggio, siamo qui a prendere in giro o a fare il verso ai nostri fratelli che credono nella possibilità di esistenza di un uomo-Dio, Padre e Figlio insieme, Padre di Sua Madre (una donna che, pur essendo essere umano finito, genera un Dio trascendente infinito), Agnello di Dio mandato da Dio, cioè auto-inviatosi, a lavare con il suo sacrificio innocente i peccati degli uomini per placare un Dio che è poi sempre lui, vero uomo che soffre e chiede in croce al suo Dio, cioè a se stesso, la ragione per cui si è auto-abbandonato. Sì, lo so, dal nostro punto di vista le ragioni per considerare tutto questo un po’ folle e persino ridicolo ci sono e sono tante ma … credo che concorderete sul fatto che questi non sono certo tempi propizi per lo scherno tra Denominazioni e le dispute teologiche, quanto, piuttosto, tempi per unirci tutti, come esseri umani accomunati dalla stessa natura e dalla stessa sorte, contro l’imbarbarimento involutivo che questo nostro genere umano sembra vivere ogni giorno più brutalmente.

E, allora, che cosa stiamo facendo qui, ora, in questa celebrazione di qualcosa che non ci appartiene? É primavera, le serate si stanno facendo limpide e più calde: uscite e celebrate la vita come si deve, giocate con i vostri figli, passeggiate con i vostri partner, bevetevi una birra con gli amici o, se proprio siete troppo stanchi, c’è sempre qualche bel film in tv alla domenica sera.

Ma … un momento … E se la Pasqua non fosse solo la festa in ricordo della Resurrezione di un uomo-Dio di nome Yeshua che, con ogni probabilità, come ogni altro uomo, non è mai risorto dalla morte?

Sì, lo so, il Catechismo Transilvano, che distrattamente ho letto anch’io un paio di volte anche se non lo so citare a memoria come Rob, dice che oggi è il giorno della “vittoria delle idee” di Yeshua ma, in tutta onestà, questa gran vittoria di un uomo sepolto da tre giorni di cui viene simulata una resurrezione faccio un po’ fatica a vederla, magari riservando la stessa definizione più per la Pentecoste che celebreremo tra qualche settimana.

E se, in puro spirito iconoclasta Unitariano Universalista, provassimo a prescindere dall’uomo storico Gesù, facendone solo un’epitome dell’umanità intera? In fondo, non è questo Gesù per noi, sia che lo consideriamo il nostro Maestro sia che lo vediamo come un grande uomo? Non è forse un’epitome, un esempio di ciò che è potenzialmente possibile per ogni essere umano che intraprenda un cammino verso la Trascendenza?

E allora, di che cosa può essere epitome questa idea balzana, questa strana storia di un uomo che risorge?

Credo che il nocciolo del problema stia nel modo in cui consideriamo il termine “risorgere”.

Abbiamo stabilito un punto fisso, per altro piuttosto lapalissiano: gli uomini non risorgono dalla morte fisica, da quella morte che forse ci porterà in un’altra dimensione, forse in una nuova vita o, forse, semplicemente, a polverizzarci in una cassa di mogano finché qualcuno deciderà di trasferirci in una scatoletta di latta che, con ogni probabilità, tra quarant’anni sarà rifusa in un carburatore Volkswagen lasciandoci liberi di ritornare nel ciclo naturale.

Ma, se ci pensiamo bene, gli uomini risorgono continuamente, forse persino quotidianamente, da tante altre piccole e grandi morti.

No, non sono impazzito. Piuttosto, vi invito a guardare un telegiornale notturno alla fine di questa funzione o a fare una passeggiata domani mattina davanti alla stazione della vostra città o a fare quattro chiacchiere con persone che non facciano parte di qualche “eletto” circolo liberal come il nostro. E, fatto questo, vi invito a chiedervi se siete certi di non essere morti almeno un po’.

Cerco di spiegarmi e, nel farlo, vi chiedo scusa se vi parlo di quello che accade a me.

Bene, io, probabilmente per mie tare paranoiche personali, guardo i telegiornali in modo quasi ossessivo, ameno cinque o sei al giorno e, come se non bastasse, passo il tempo dei miei spostamenti in metropolitana leggendomi le notizie sul telefonino.

Quello che vedo, che leggo, è spaventoso e, credo, ne converrete con me.

Praticamente con cadenza settimanale qualcuno decide che è giusto massacrare innocenti in nome del Dio a cui ho deciso di dedicare la mia vita, sputando su ogni sentimento religioso, facendosene maschera per i crimini più orrendi, ignorando le regole più basilari di qualsiasi spiritualità.

Praticamente con cadenza giornaliera uomini che dovrebbero guidare il mondo danno ordini che ci riportano alle epoche più buie della nostra storia e che fanno rinascere paure che speravamo di esserci lasciati alle spalle, mentre altri uomini che dovrebbero rappresentarci in quei consessi si sbranano per una poltrona, per un po’ di soldi e di potere o fanno ridicole promesse che suonano false nel momento stesso in cui vengono pronunciate, fregandosene allegramente di centinaia e migliaia di donne e uomini senza storia che faticano ad arrivare a fine mese o che, addirittura, sono costretti a rinunciare a tutto, persino alla propria dignità per mendicare una vita ai limiti del sostenibile. Continuamente rimango stupefatto e inorridito davanti alla violenza dei rapporti umani, davanti ala riduzione di vite, sentimenti, storie ognuna diversa, sogni, fatiche, gioie e dolori, a merci da contrattare, da contrabbandare come sigarette montenegrine, da possedere come se il mondo di un’altra persona potesse diventare una nostra proprietà, da distruggere come se la vita e la morte altrui potessero essere lasciate al nostro arbitrio o al nostro capriccio.

E poi, vado a lavorare e, purtroppo, lavoro a cento metri dalla Stazione di Milano e vedo gli effetti di questa follia collettiva nei volti dei “clandestini” che dormono sulla aiuole, nei volti di quelli che hanno perso le speranze, di quelli che sono rimasti indietro, di quelli che non riescono neppure più a pensare alla parola “futuro”. E se anche provo a dirmi che questi sono i “casi limite”, poi la stessa disperazione, certo con accenti diversi, la ritrovo in adolescenti che vivono come se non ci fosse un domani, che non hanno riferimenti, che non hanno sogni che non siano macchine, soldi, sesso veloce e qualche canna come Dio comanda. Ed è, in fondo, la stessa disperazione mascherata da finta forza o da tracotanza da “ultimo ballo sul Titanic” che ritrovo nelle parole di odio e intolleranza che ascolto sempre più frequentemente anche dalle persone più insospettabili: da quelli che “… si va bene, sono poveracci in fuga dalla guerra, ma poi portano la criminalità, le malattie e il terrorismo!” a quelli che “questi qui ci rubano il lavoro e impongono la loro cultura“, da quelli che “siamo tutti uguali ma io gli zingari (o i negri, o gli ebrei, o i gay, o i comunisti, o, qui al nord, i terroni o … chiunque altro) non li sopporto proprio” a quelli che “se mi rubano anche uno spillo io ammazzo e non mi si dica che non è legittima difesa“, da quelli che “… ma vadano a lavorare che se vogliono un posto lo trovano” a quelli che “se vuoi lavorare devi sottostare alle mie condizioni …” e via (tristemente) discorrendo.

E se anche, certo, la presa di coscienza di questo kali yuga umano non ha effetto sulla mia vita fisica, sicuramente ne ha sulla mia vita morale e spirituale. Così, non muoio io fisicamente ma quotidianamente rischia di morire ciò che fa di me quello che sono e voglio essere: muoiono la speranza, la fiducia nell’uomo, la fede in Dio.

E cosa accade, fratelli, quando muoiono speranza, fiducia e fede? Direi che gli effetti possono essere di tre tipi e sono tutti e tre devastanti:

  • posso pensare che questo mondo è perduto, intrinsecamente marcio e isolarmi nella mia torre d’avorio, distruggendo quei legami di comunanza, di fratellanza con ogni altro essere umano che dovrebbero essere il centro della esistenza di ciascuno, in quella grande rete interdipendente che è così costitutiva della nostra fede;
  • oppure posso cavalcare l’onda, perseguire il massimo piacere possibile in una esistenza dagli orizzonti molto limitati e finire per fregarmene della dignità mia ed altrui diventando complice del disastro;
  • oppure, stanco di lottare per principi così poco condivisi, posso semplicemente “lasciar correre”, vivere come se niente fosse, persino “come se Dio non fosse” e, inevitabilmente, diventare connivente con chi sta perpetrando l’assassinio dell’umanità.

E, allora, fratelli, ecco che la parola “resurrezione” assume un significato completamente diverso e una valenza di assoluta necessità.

La resurrezione di cui abbiamo bisogno, la resurrezione che ogni giorno dobbiamo compiere, non è quella “della carne”, che rientrerebbe in quella visione miracolistica in cui non crediamo, ma è quello “dello spirito”, che dipende da ciascuno di noi, dalla nostra volontà di ostinata speranza, dalla nostra capacità di riuscire ancora a vedere quanto di buono esiste nell’uomo a discapito di tutte le sue tendenze malvagie, dalla nostra fede in una Trascendenza che è dentro di noi ma che dobbiamo ritrovare nel profondo e di cui vogliamo fare esperienza, provando l’emozione del suo contatto amorevole del quale vogliamo essere messaggeri.

La celebrazione di questa forza, di questa volontà, di questa fede sono la nostra resurrezione, sono la nostra Pasqua che celebriamo in comunità perché è nella comunità, nell’appoggio reciproco, che possiamo trovare l’alimento che ci spinge ogni giorno a rimanere fermi nelle nostra posizioni, a trovare il sostegno che ci permette di non cedere alla disperazione.

E, dunque, fratelli, permettetemi ancora, quest’anno come ogni anno, il questo periodo forse più che in ogni altro, di auguravi Buona Pasqua, oggi e in ogni giorno della nostra vita.

Adonai echad. Amen

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