Siate imperfetti … Siate vivi!!!

Cari amici,

ho sempre pensato che uno dei compiti più importanti di un pastore fosse quello di indicare alla comunità mete alte, difficili, lontane e pungolarla per incitarla al raggiungimento di quelle mete.

Corollariamente, mi era stato insegnato, in vari ambiti della mia formazione, che nulla poteva essere più convincente e spronante dell’esempio personale: Seneca, con il suo “fate quello che dico ma non fate quello che faccio” era disgustoso quanto un generale che mandasse truppe a farsi macellare in battaglia stando comodamente seduto su una collina ben riparata dal campo di battaglia. E, dunque, chiunque volesse porsi come vera guida, nel campo pratico come nella spiritualità, doveva aspirare ad una sorta di “perfezione” ottenuta attraverso un lavoro più duro di quello degli altri, attraverso uno studio forsennato, attraverso notti insonni passate a meditare e scrivere, attraverso un uso meticoloso della logica, della proiezione e della pianificazione di ogni azione.

Purtroppo, o forse fortunatamente, la vita è una maestra più grande di qualsiasi testo, manuale o insegnamento tramandato ed è, soprattutto, una maestra che ci sorprende con illuminazioni a volte improvvise e capaci di stravolgere totalmente le nostre ottiche.

Ebbene, devo confessarvi che, forse, lo stravolgimento più grande che abbia subito ultimamente riguarda proprio il concetto di “ricerca della perfezione” e, ipotizzando che possa essere utile anche per altri, è di questo concetto che vorrei parlarvi questa sera.

La prima cosa che vorrei dirvi può, da subito, risultare un po’ scioccante: la “ricerca della perfezione” è sterile! Lo è non solo perché, come afferma una frase fatta che tutti conosciamo, “la perfezione non è di questo mondo” e dunque, anche, se vogliamo, teologicamente, il tentativo di raggiungere una sorta di perfezione spirituale diventa solo frustrante perché qualunque sforzo volto a quell’obiettivo non può che ricondurci alla mortificante constatazione della nostra limitatezza e finitezza ma anche e soprattutto perché sposta l’obiettivo sempre un po’ più in là. Non dovremmo, dunque, cercare di elevarci? Certo che sì, se sentiamo che questa è una necessità che urge dentro di noi e nei limiti che ciascuno di noi onestamente sa di avere. Ma senza nessuna ricerca spasmodica di elevazione a tutti i costi. Perché? Perché se fissiamo il nostro sguardo solo su quell’asticella irraggiungibile, semplicemente proiettiamo noi stessi fuori da noi, fuori dalla nostra vita e finiamo solo per non vivere il qui e ora, per sognare l’irraggiungibile dimenticandoci di quello che ci circonda, di chi ci circonda, di essere vivi adesso e delle cose che contano adesso. Non so chi ci abbia creati, non so se siamo frutto della volontà di Dio o della casualità della natura e del suo Spirito ma di una cosa mi sto rendendo conto: nessuna istanza creatrice ci può chiede di vivere in vista di un obiettivo lontano, vago e remoto ma qualunque istanza creatrice ci chiede di vivere. E vivere significa gustare a pieno ogni attimo, provare a rendere migliore la nostra esistenza ogni istante, dare piena grazia accettando con gratitudine ogni gesto, ogni persona, ogni esperienza che viviamo ora, non rimandando questa pienezza esperienziale a quando “saremo perfetti” perché non lo saremo mai, non sottraendo tempo alla pienezza della vita in una continua rincorsa verso un ideale.

Ma lasciatemi dire che la ricerca della perfezione è anche inconcludente. Vogliamo la definizione perfetta di religione o di spiritualità? Vogliamo una pratica perfetta e una comunità perfetta? Vogliamo una logica perfetta che si sposi perfettamente con una mistica perfetta? Cosa otterremo cercando queste cose? Il nulla! Nessun percorso sarà mai completamente perfetto perché nessun percorso è stato creato da esseri perfetti e anche se così fosse, a non essere perfetti siamo noi e, dunque, non troveremo mai una piena consonanza, un risuonare perfetto dentro di noi e, ancor meno, dentro molti cuori diversi; nessuna comunità sarà mai perfetta perché se lo fosse, la comunità stessa non avrebbe senso, non avrebbe senso lavorare costantemente per aiutarci gli uni gli altri, per gioire di una passo successivo che venga capito, interiorizzato naturalmente; nessuna logica sarà perfetta se potrà sposarsi con una fede che è, forse prima di ogni altra cosa, una fiducia in un sentire profondo e irrazionale e nessuna mistica sarà perfetta e innalzerà realmente il nostro spirito se potrà essere imbrigliabile in una gabbia di nessi formali, di collegamenti causa-effetto, di spiegazioni eleganti che non lascino respiro al mistero che percepiamo in fondo ai nostri cuori.

Forse ancor peggio, la ricerca della perfezione è escludente e isolante. Il tormento della continua elevazione, del passo più in là, del dovere di innalzarsi implica uno sforzo immane ma è uno sforzo che finisce per farci sentire un gradino sopra gli altri, sopra quelli che non vivono questa continua tensione, che ci chiude in una monade autoreferenziale, in un isolamento doloroso e giudicante, in un orgoglio vuoto che ci fa insegnare ciò che assorbiamo dalle nostre elucubrazioni libresche smettendo d’imparare da ciò che ci circonda, da tutti coloro che ci circondano e da quella tremenda e meravigliosa avventura che è ogni nostro respiro in quel mondo che, in fin dei conti, arriviamo a chiudere fuori dalla porta per meditare da soli nel nostro piccolo bozzolo.

E, dunque, la ricerca della perfezione è anche masochistica e, ancor peggio, è compiacentemente masochistica: eccoci soli, disconessi dalla vita vera e dal suo fluire di eventi, nella continua tensione di cercare di essere quello che non possiamo essere, pronti al giudizio su tutto e tutti ma sempre insoddisfatti di noi e del nostro presente, alla ricerca di disumanizzare la nostra umanità perché “è giusto”, perché “così ci è richiesto”, perché “il premio sarà cento volte più grande”. Ma quando e, soprattutto, perché?

Qualche anno fa ho letto “Elogio dell’imperfezione” di Rita Levi Montalcini e, a quel tempo, credo di non aver capito a fondo il senso ultimo di quello che leggevo. Trovavo curioso che la grande neuroscienziata Premio Nobel affermasse che, dal punto di vista della simmetria celebrale (o qualcosa di simile) alcuni insetti o scarafaggi fossero assolutamente perfetti mentre il nostro sistema neurale era un casino pazzesco. Ma la “perfezione” aveva creato esseri assolutamente banali e il casino aveva creato la Cappella Sistina. Quello che non avevo compreso era l’assunto filosofico del messaggio, riassumibile, in fin dei conti, il quella frase che abbiamo sentito tante volte: è dalle crepe che passa la luce”.

La nostra vita, ogni vita, così come ogni teoria umana e ogni strutturazione spirituale singolare e collettiva, è un cumulo di contraddizioni, di errori da cui imparare e da cui, magari, non impareremo, di misteri inspiegabili, di intrecci illogici, di sentimenti discordanti, di pieni improvvisi di gioia e di vuoti a perdere di dolore, di sentimenti che vorremmo non provare e proviamo e che vorremmo provare e non proviamo, di cose che vorremmo capire e non capiamo e di cose che vorremmo non capire e capiamo … in una parola, di imperfezioni …

Ed è questo il punto, fratelli: possiamo pensare che tutto questo è stupido, che è superabile, che possiamo transumanare, che possiamo proiettarci oltre, cercando, pur vanamente, di perfezionarci, di superare le contraddizioni, di stabilirci in un empireo in cui tutta questa massa confusa d’imperfezioni possa essere guardata dall’alto. Ma quello che ogni giorno di più mi sembra di capire è che questa “massa confusa d’imperfezioni” è la vita stessa e cercare di “superare la vita” significa solo due cose: bestemmiare contro la vita e chi l’ha creata e morire.

“Ma, allora, Law, ci stai dicendo che pensi che dovremmo “lasciarci vivere”, non sforzarci mai di migliorarci? E dove vanno a finire il ‘fatti non foste per viver come bruti’ e il senso stesso di una comunità che vuole essere uno strumento di elevazione?”

Sto dicendo che, prima di tutto e soprattutto, siamo chiamati a vivere e ad ascoltare la vita, ad essere pienamente noi stessi nel flusso della vita per quello che siamo e ad ascoltare noi stessi in questo flusso, mettendoci in gioco, ora, qui, con i difetti nostri, altrui e del mondo, gioendo per quanto possiamo di questa vita imperfetta fatta di esseri imperfetti che nessuno di noi può cambiare con la bacchetta magica o i poteri da Superman, cercando quei fiori che, come scrisse De Andrè, nascono nel letame e non sui diamanti. Questa è, io credo, il primo passo per ringraziare e dare lode alla creazione, alla vita e a chi, Dio o chi o cosa per Lui, ce ne ha fatto dono.

“Ma … Ma il Maestro di chi di noi è cristiano, Yeshua, dice proprio il contrario, dice di essere perfetti!”, potreste obiettare.

Sì, è vero! Dice di essere perfetti. Ma, al di là dell’uso iperbolico tipico di Rabbi Yeshua, perfetti in che senso? Rileggiamo la terza lettura che ho proposto per questa sera. La perfezione che ci chiede è la perfezione nell’amore, quella perfezione che nasce, poco a poco, dall’eliminare la rabbia e l’odio dai nostri cuori. A questo siamo esortati. E, fratelli, non è dalla ricerca di una perfezione ossessivamente inseguita dall’alto di una torre d’avorio di maceranti meditazioni o di perfette concatenazioni teoretiche che nasce e si sviluppa quell’amore che supera rabbia e odio ma da una ottica che cerca naturalmente, anche solo per stanchezza, la pace e la bellezza abbracciando questa vita imperfetta, questa umanità imperfetta, questo nostro essere imperfetti.

Allora, questa sera quello che vorrei lasciarvi con questo sermone che, lo confesso, ho scritto prima di tutto per me stesso, è un messaggio che è una indicazione apparentemente semplice da seguire: amiamo noi stessi, nella nostra imperfezione e contraddizione, viviamo questa vita imperfetta stingendo a pieno ogni attimo, anche quello che sembra più amaro, più difficile e contraddittorio, più illogico o più banale, viviamo seguendo il nostro cuore e lasciandoci cullare e sballottare dall’esistenza, nuotando come delfini in questo oceano salato e scuro, non pensando a nessuna sponda irraggiungibile, a nessuna meta che, una bracciata dopo l’altra, estenui il nostro sforzo fino a farci perdere la gioia di sentire l’acqua sulla pelle e il vento sulla faccia, qui e ora.

Solo se impereremo ad amare e vivere davvero la nostra vita imperfetta di esseri imperfetti, forse impareremo davvero ad amare ogni vita e chi ce l’ha donata.

E mi rendo conto che, probabilmente, l’indicazione che sto dandovi questa sera è la più difficile che vi abbia mai dato.

Adonai echad,

Amen.

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