UNO

Cari fratelli e cari amici,

innanzitutto, vi voglio ringraziare tutti per essere qui, oggi, in occasione del nostro XII raduno nazionale C.U.I. e per aver voluto partecipare alla gioia di incontrarci.

Oggi vorrei condividere con voi qualche breve riflessione su una parola di uso comune, che, come sapete, tanto peso ha avuto nella storia della nostra fede: la parola “uno”.

Se andiamo a cercare la definizione del termine su un qualunque dizionario troviamo qualcosa come “Numero naturale che è successore di zero e rappresenta l’unità” che, pur nella sua semplicità, già sottolinea due cose piuttosto fondamentali: che “uno” rappresenta la prima “realtà” dopo il vuoto dello “zero” e che “uno” è simbolo dell’unità.

Affronteremo il primo punto più avanti: per ora vorrei soffermarmi un istante sull’“uno” come simbolo dell’unità. Perché, vedete, è strano come molte vie spirituali concordino nel sottolineare l’importanza dell’unità come espressione divina, sia per quanto riguarda ciò che è sopra di noi (si pensi alle varie religioni monoteiste), che per quanto riguarda il nostro modo ideale di esistere come genere umano, anche al di là delle declinazioni dei vari “ut unum sint” culturalmente codificati, quantomeno nella “regola aurea” presente in ogni spiritualità ma, allo stesso tempo, tanti loro rappresentanti concordino nel fare davvero di tutto per trovare distinguo e costruire muri.

Ricordo ancora quanto rimasi turbato quando, parlando con il pro-vescovo Siro-monofisita di Gerusalemme, lo sentii spiegarmi che, in verità, tra la loro visione teologica e quella della Chiesa romana, dal punto di vista teologico non ci sono praticamente differenze ma, a causa di una traduzione sbagliata di un documento, secoli prima, si erano separati e, ormai, tanto valeva rimanere separati, ciascuno con i propri usi e le proprie ritualità … “Non ci sono praticamente differenze …”, “tanto vale rimanere separati” … Ma … Perché? Perché ciascuna chiesa ha il suo sistema di potere? Perché l’idea di “unità”, in fondo, lede troppi interessi o è troppo faticoso aprirsi alla differenza dopo tanti secoli di chiusura?

E, ancora … Qualche tempo fa, per puro caso, un mio studente mi chiese che differenze ci fossero tra Cattolici e Ortodossi. Gli spiegai che, in realtà, il Grande Scisma del 1054 era nato per motivazioni politiche e di potere ma era stato giustificato teologicamente con la disputa su una semplice parola, “Filioque”, dal momento che i Cattolici ritenevano che lo Spirito Santo procedesse dal Padre e dal Figlio, mentre gli Ortodossi solo dal Padre. Mi echeggia ancora nelle orecchie il commento dello studente, non certo “Magister Theologiae” ma sicuramente persona di buon senso: “Ma sono scemi? Teoricamente i preti dovrebbero cercare tutto meno che il potere e, per di più, che ne sappiamo noi da dove viene lo Spirito?”. Non credo che servano altri commenti!

Non mi metterò, poi, neppure a menzionare le cause di divisione nel mondo protestante perché, sinceramente, neppure dopo anni di seminario e studi sull’ecumenismo, sono comvinto di aver capito molte di quelle motivazioni. Che, poi, se vogliamo ben vedere, non è che questi, in realtà goffi, tentativi di trovare punti di distanza più che punti d’unione sia una questione solo intra-cristiana: Sunniti e Sciti si sono massacrati per ben più di 1000 anni per decidere se il primo successore del Profeta dovesse essere scelto dal clero o dovesse essere suo genero (che, per molti versi, è poi la stessa storia del Concilio di Gerusalemme) e non hanno smesso neppure quando quel genero, Ali, è diventato il terzo successore mentre tra i Buddisti si sono divisi tra chi voleva una salvezza per tutti e chi solo per gli illuminati prima e poi, anche recentemente, per questioni di soldi e potere tra monaci e laici.

Insomma, questa unità che, a parole, tutti cercano, questo “uno” che dovremmo tutti formare, nella pratica sembra piacere davvero a pochi. Perché?

A Groninga, al corso di “peace-making” della Facoltà Remostrante, mi hanno insegnato che dietro ogni guerra e ogni disputa religiosa ci sono sempre interessi di altra natura che usano la spiritualità come una maschera e uno scudo. Non ho motivi per non concordare con questa analisi che mi sembra non solo frutto di studi di pensatori ben più profondi di me, ma anche sensata e storicamente comprovabile. Però, per ogni divisione, per ogni rottura dell’unità, si sono sempre dovute trovare motivazioni teologiche, tanto risibili nel momento stesso in cui si appellano a conoscenze del Divino che esulano dalle possibilità umane, quanto terribili nelle loro conseguenze. E le teologie si sono prestate: si sono prestate a farsi armi per la divisione, per la ghettizzazione, per il puntare il dito. In nome di cosa?

Certo, come si accennava, in nome di una fetta più o meno consistente di potere, in nome di uno status quo intangibile o di una civiltà troppo spesso scambiata per la spiritualità che ne era frutto ma … non credo che si tratti solo di questo … C’è una parola che s’incontra quasi sempre quando si analizzano tutti gli inciampi verso l’ecumenismo perfetto: la parola “identità”: io voglio una religione identitaria, che delimiti ben chiaramente il “noi buoni” dal “loro cattivi, falsi, in errore, eretici”. Che paletti possiamo mettere, dunque, per delimitare molto evidentemente questo confine “noi – loro”? Facile: i dogmi. I dogmi sono facili da ricordare se te li martellano in testa fin dall’infanzia e sono anche elementi ben connotativi: “tu fai il segno della croce trinitario? Buono!”, “Tu non lo fai? Cattivo!”, “Tu mangi un agnello sgozzato lentamente rivolto ad oriente? Buono!”, “Tu, invece mangi una costina di maiale? Cattivo!”, “Tu credi ad un Dio personale? Buono!”, “Tu hai dubbi? Cattivo!” e così via …

Purtroppo, nella mia vita laica io mi occupo di insegnamento storico e questo mi ha messo di fronte a centinaia di migliaia di morti la cui colpa era stata rispondere ad una domanda fuori da ogni dogma e subire le conseguenze di ciò. Ma i dogmi ci danno identità … Identità? Ma che cosa significa questa identità religiosa? Io una identità ce l’ho già ed è anche una identità religiosa: io sono un uomo, figlio di uomini, fratello di uomini, logicamente legato per sangue e destino ad ogni altro uomo e ad ogni altra entità vivente della natura, non così pazzo da pensare di venire dal nulla, non così incosciente dal confondere scienze e fede, non così superbo da negare la catena logica che porta da un Primo Motore immobile. E se questa è la mia identità, allora ogni altra identità religiosa ben venga se mi aiuterà a scavare fondamenta più profonde nella mia identità ma stia dov’è se andrà ad intaccare i principi fondanti del mio essere uomo. So che non tutti sarebbero d’accordo su questo.

Una identità collettiva come “appartenenti” ad una religione o identità singolare di ciascuno che, seguendo il proprio percorso, si trova in accordo con altri nell’essere tutti “aderenti” di una stessa spiritualità in cui mantenere la propria identità? Mi sembra assolutamente chiaro che l’Unitarianesimo Universalista abbia scelto questa seconda ipotesi, un po’ come tante altre spiritualità liberali. Un percorso semplice? No, anzi. Quante volte ciascuno di noi si è trovato in difficoltà a spiegare in due parole cosa sia lo UUismo? Tante, vero? E, per semplicità, magari ci siamo limitati a spiegare un paio di dati storici, la propria esperienza di solo uno dei rami di questo grande delta di fiume o a elencare i 7 Principi, sentendo, però che tutto questo non bastava? Perché? Perché il costo di una scelta di percorso spirituale libero, senza dogmi, senza paletti prestabiliti è proprio questo: non avere una identità singolare da poter comunicare in tre minuti ma avere 100, 1000 identità convergenti che si possono scoprire solo vivendole dall’interno. Il problema, lo sappiamo tutti, è quello che percepiamo quotidianamente: pochi si prendono la briga di vivere il senso del dialogo senza uno scudo identitario e, in fin dei conti, una religione monolitica dà infinite più sicurezze che una spiritualità plurale ma, personalmente, vi garantisco che preferirei essere anche da solo ma non delegare mai la mia identità a scelte altrui.

Però, se torniamo al nostro “uno”, mi sembra evidente che, rispetto ad esso, il nostro pluralismo teologico può rappresentare un problema. Si tratta, comunque, solo di un problema apparente se ben si vuol guardare. In realtà, nessuna unità super-imposta o monolitica può essere realmente tale: sia laddove stabilisca un criterio di dentro/fuori, sia nel caso in cui cerchi una totale omogeneità di fede al suo interno che, inevitabilmente, si andrà a scontrare con l’individualità dei singoli. Al contrario, mi sembra di poter dire che la sola unità possibile sia una “unità nella diversità” (ebbene sì, è finalmente il caso di dire la verità e che il copyright del motto dell’Unione Europea ce l’abbiamo noi da secoli e, al massimo, ci possiamo giocare le royalties con i Baha’i!). Perché, vedete, fratelli, solo chi prenda atto del cammino spirituale individuale come patrimonio unico, irripetibile, inalienabile e utile per il cammino di ogni altro può superare la barriera del dogma o del nome da dare a Dio o del modo in cui ognuno disegna Dio nella propria testa o non lo vuole disegnare, per andare al cuore dell’unità, a quei minimi comun denominatori che cancellano ogni barriera, a quell’essere tutti esseri umani, nati qui, con mille domande e poche risposte, che cercano di darsi una direzione tutti insieme, con tutti i nostri limiti e le nostre miopie e che, chiunque o qualunque cosa sia quell’entità che chiamiamo Dio o non chiamiamo affatto, è per tutti e a tutti indica una stessa direzione d’amore per la rete di tutto l’esistente, che è vera rete che connette ogni vita, che ci fa tutti uno, atomi uniti della stessa Anima Mundi.

Ecco perché, se un tempo ci chiamavamo unitariani perché credevamo nell’unicità di Dio contro le interpretazioni trinitarie, se un tempo ci chiamavamo universalisti perché credevamo nella salvezza universale concessa da un Dio pietoso, oggi ci chiamiamo unitariani universalisti perché crediamo nell’Uno, nella sola origine comune, nella sola destinazione comune, nell’unità della direzione del nostro cammino pur lungo sentieri differenti, nella universalità dei questo messaggio e nella universalità della rete d’amore che unisce tutti i viventi, nell’immanenza come nella trascendenza.

Ecco perché oggi possiamo chiamare fratello e sorella chiunque, perché in questa sala so di almeno quattro o cinque religioni e denominazioni diverse e a nessuno voglio e posso dire “tu no” se vorrà, in totale condivisione eucaristica, accostarsi alla Cena del Signore

E, fratelli, allora questa unità diventa davvero centrale per la vita del singolo, diventa tratto distintivo che segna il suo intero modo d’essere, la sua intera esistenza.

Ecco, io credo che questo sia il senso ultimo del nostro essere qui oggi, del nostro voler simboleggiare, con questa nostra presenza fisica ad una funzione, il nostro saperci in connessione con tutti gli Unitariani Universalisti del mondo, con tutti i credenti del mondo, con tutti i ricercatori del mondo, con tutti gli esseri umani del mondo e con tutti gli esseri viventi del mondo, il nostro essere uno.

E, tornando alla definizione iniziale, davvero è così fondamentale per la nostra fede ricordare che quell’essere “uno” significa vivere nel numero naturale che precede lo “zero” di una vita dagli orizzonti limitati, dalle piccole ed effimere gioie materialistiche, dallo sguardo che si blocca dalla siepe di casa propria, ma viene prima del molteplice che è dualità, che è caos, che è dispersione se dalla ricchezza delle nostre molteplici identità non riusciamo a trarre una unità che vada al di là di ogni differenza apparente.

Adonai echad,

Amen.

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